Nuovo 'Dl sicurezza' Governo Meloni

Ad una prima valutazione del pacchetto “sicurezza” varato dal Governo, articolato in un Decreto-Legge approvato in Consiglio dei Ministri il 5 febbraio 2026 (non ancora pubblicato in Gazzetta Ufficiale in data odierna) e in un ulteriore disegno di legge annunciato in queste settimane, la CGIL giudica gravi e irresponsabili le modalità e le argomentazioni con cui l’Esecutivo sta accompagnando questi provvedimenti, alimentando una narrazione che mira a presentare il dissenso sociale come un problema di ordine pubblico.

Richiamiamo le parole del nostro Segretario generale Maurizio Landini:

"Sta emergendo una logica autoritaria, che sembra puntare a rispondere al disagio e alla protesta con strumenti tipici di uno “stato di polizia”. Per questo continueremo a difendere la democrazia praticandola ogni giorno, nei luoghi di lavoro, nei territori e nelle piazze, attraverso l’esercizio pieno dei diritti costituzionali e della partecipazione collettiva".

Lo scenario

Attribuire a decine di migliaia di manifestanti la responsabilità delle violenze – inaccettabili e già condannate con fermezza – nei confronti delle forze dell’ordine; evocare scenari come quelli delle Brigate Rosse; attaccare apertamente la magistratura: tutto questo costituisce un atto grave e pericoloso, soprattutto perché proviene dalle massime cariche istituzionali del Paese.

I problemi reali della sicurezza

Questa impostazione non affronta i problemi reali della sicurezza di cittadine e cittadini e rischia anzi di produrre l’effetto opposto, comprimendo diritti e libertà senza accrescere la protezione effettiva delle persone. Per parlare seriamente di sicurezza occorre partire dalle emergenze sociali che il Governo continua a ignorare: lavoro, reddito, welfare, scuola, servizi pubblici, coesione territoriale. Senza politiche in questi ambiti, la “sicurezza” resta uno slogan e la risposta finisce per ridursi a misure punitive, inefficaci e ingiuste.

Il decreto approvato si inserisce con coerenza nella linea politica perseguita dall’inizio della legislatura: affrontare problemi complessi con strumenti semplici e quasi sempre repressivi, senza una visione strutturale, senza investimenti e senza attenzione ai bisogni concreti delle persone.

Ricadute sull’iniziativa sindacale

Accanto alla valutazione politica, riteniamo necessario evidenziare alcune possibili ricadute sull’agibilità dell’iniziativa sindacale nei territori e nei luoghi di lavoro. Il punto centrale riguarda il diritto di manifestazione e, più in generale, l’esercizio del conflitto sociale organizzato. Le nuove disposizioni – dalla previsione di fermi fino a 12 ore sulla base di un mero sospetto, all’estensione delle cosiddette “zone rosse”, fino all’ampliamento delle misure interdittive e all’inasprimento delle sanzioni – possono incidere sulle modalità con cui vengono promosse e gestite mobilitazioni, presidi, cortei e iniziative pubbliche.

In particolare:

  • la possibilità di un fermo preventivo può aumentare la pressione su chi partecipa o anche soltanto si reca a una manifestazione, incidendo sul libero esercizio di un diritto costituzionale;
  • la disciplina delle “zone rosse” potrebbe trovare applicazione anche in contesti interessati da iniziative sindacali, come aree industriali o spazi urbani in cui si svolgono con frequenza presidi e picchetti, con il rischio di una limitazione di fatto dell’agibilità della protesta;
  • l’estensione delle misure interdittive (Daspo), anche in presenza di condanne non definitive, solleva un tema rilevante rispetto al diritto individuale di partecipare alla vita pubblica e sindacale;
  • l’inasprimento delle sanzioni economiche per presunte irregolarità organizzative espone le strutture a responsabilità potenzialmente significative.

Si tratta di elementi che investono direttamente la nostra quotidiana azione sindacale e che possono determinare una fase di maggiore complessità nella gestione delle iniziative, perché la questione non riguarda soltanto singole situazioni individuali, ma l’agibilità complessiva dell’organizzazione. Allo stesso tempo ribadiamo che il diritto di manifestare, scioperare e presidiare luoghi di lavoro o spazi pubblici è costituzionalmente garantito e che continueremo a esercitarlo e difenderlo.

Il governo confonde la sicurezza con la repressione

Il punto di fondo è la scelta di confondere la sicurezza con la repressione. L’esperienza degli ultimi anni dimostra che interventi emergenziali e simbolici non migliorano la qualità della vita, non riducono le disuguaglianze e non rendono le persone più sicure: accrescono piuttosto conflittualità e marginalità, alimentando un clima che viene poi utilizzato per giustificare nuove strette.

La sicurezza di cui hanno bisogno cittadine e cittadini non si costruisce inventando nemici interni né trasformando il disagio sociale in un problema di ordine pubblico. Si costruisce proteggendo le persone: investendo in sanità pubblica, trasporti, servizi sociali, scuola, cultura e qualità dello spazio urbano. È questa la prevenzione, non la repressione.

Forze dell’ordine

Anche quando il Governo chiama in causa le forze dell’ordine lo fa in modo strumentale: le usa come scudo retorico, ma nei fatti non affronta i problemi di organico e di risorse e non migliora le condizioni di lavoro; anzi, su alcuni aspetti – a partire da quelli previdenziali – le peggiora. Ne deriva un uso cinico delle lavoratrici e dei lavoratori in divisa, chiamati a supplire con l’azione repressiva alle mancanze di politiche pubbliche e investimenti.

Questo decreto non rende il Paese più sicuro

Un capitolo particolarmente grave riguarda il diritto di manifestazione. Nel decreto e nel clima politico che lo accompagna, chi scende in piazza viene trattato come un potenziale criminale. È evidente l’intento di scoraggiare una mobilitazione sociale ampia e diffusa che denuncia politiche sbagliate e ingiuste. Ma la risposta non può essere la repressione del dissenso.

Va detto con chiarezza: se le persone manifestano non è un problema di ordine pubblico, è un segnale di dissenso crescente verso politiche che peggiorano la vita delle persone. Il diritto di manifestare non è una concessione: è un pilastro della democrazia. Criminalizzarlo significa mettere in discussione un principio fondamentale dello Stato democratico.

Invece di affrontare i nodi sociali, il Governo Meloni li nasconde sotto il tappeto: i giovani restano assenti dalle politiche pubbliche, se non come soggetti da controllare e punire, e sui migranti si continua a inseguire propaganda e costruzione del nemico, senza governare davvero i fenomeni.

Questo decreto non rende il Paese più sicuro: alimenta divisioni e tensioni e produce violenza simbolica e materiale. Per questo riteniamo che vada ritirato. Governare significa affrontare i problemi reali, investire sulle politiche pubbliche, ricostruire coesione sociale e costruire sicurezza vera, misurabile nella vita quotidiana delle persone, nelle città e nel lavoro.