Di seguito riportiamo l’Ordine del Giorno votato dall’Assemblea generale della Cgil, riunitasiil 23 e 24 febbraio a Roma, “Contro l’attacco ai diritti, alla libertà e alla dignità delle donne”.


L’Assemblea Generale della CGIL, denuncia il progressivo arretramento sul terreno dei diritti e dell’uguaglianza di genere. Fin dal suo insediamento, infatti, il Governo Meloni ha espresso un orientamento politico e culturale manifestatosi in scelte e atti volti a comprimere l’autodeterminazione e la libertà delle donne, a indebolire strumenti fondamentali di prevenzione delle disuguaglianze e della violenza di genere e a riproporre una visione tradizionalista e gerarchica dei ruoli sociali.

Tale orientamento si colloca all’interno di una deriva culturale che non si fa carico del problema strutturale della violenza maschile sulle donne e tende a ricondurre le donne prevalentemente alla sfera riproduttiva e di cura, marginalizzando il tema dell’autonomia economica, della piena partecipazione al lavoro e della parità sostanziale. In questo quadro, la compressione dei diritti delle donne si intreccia con un più ampio attacco ai diritti civili, che investe anche la comunità LGBTQIA+, contribuendo ad alimentare discriminazioni, esclusioni e un clima regressivo sul piano sociale e culturale.

Nel corso di questi anni abbiamo denunciato e contrastato:

• l’apertura di spazi pubblici e istituzionali alle associazioni antiabortiste, che mette nei fatti in discussione il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza, libera e sicura, sancito dalla Legge 194, incidendo negativamente sulla libertà e sull’autodeterminazione delle donne;

• il veto all’introduzione e allo sviluppo dell’educazione sessuale e affettiva nei contesti formativi, che priva il Paese di uno degli strumenti più efficaci di prevenzione contro la violenza di genere, contro gli stereotipi sessisti e contro la cultura del possesso;

• la mancanza di investimenti adeguati a incrementare l’occupazione femminile, il cui tasso continua a evidenziare un divario inaccettabile, e per rafforzare i servizi pubblici a sostegno della genitorialità, condizione essenziale per garantire pari opportunità e autonomia economica delle donne;

• la compressione e la delegittimazione dei diritti della comunità LGBTQIA+, che si inseriscono nella medesima visione regressiva dei diritti e delle libertà.

Anche il recente recepimento della Direttiva europea sulla trasparenza salariale è in continuità con queste scelte. L’Assemblea Generale esprime per questo un giudizio negativo rispetto:

• le numerose criticità relative al recepimento e all’attuazione della Direttiva europea indispensabile per contrastare il gender pay gap, ancora fortemente radicato anche a causa della persistente segregazione verticale e orizzontale delle donne nel mercato del lavoro. Recepimento che arretra rispetto ad una legislazione più favorevole sugli obblighi informativi oggi per le imprese da 50 dipendenti, apre all’idea che qualunque contratto collettivo possa essere lo strumento di riferimento ai fini della comparazione e non quelli sottoscritti ⁠ dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative, non introduce nessun indice per la “valutazione del lavoro di pari valore” come previsto dalla direttiva; soprattutto, nella definizione di retribuzione lorda annua esclude “trattamenti economici individuali non strutturali, quali componenti retributive riconosciute su base personale, discrezionale o temporanea, non generalizzate all’interno della medesima categoria di lavoratori e fondate su criteri oggettivi individuali”, che sono quelli che maggiormente determinano differenze, oltre alla discontinuità nella carriera lavorativa e negli orari ridotti.

L’Assemblea considera inoltre gravissimo:

Il cosiddetto “DDL stupri”, presentato dalla Senatrice Giulia Bongiorno, che interviene su un terreno delicatissimo come quello dello stupro, introducendo impostazioni che rischiano di determinare un arretramento culturale e giuridico. Tale proposta, infatti, appare suscettibile di spostare l’onere della prova sulle donne vittime di violenza, riproponendo una logica che la storia, il diritto e le lotte delle donne hanno già duramente contrastato.

Una simile impostazione contraddice, tra l’altro, i principi della Convenzione di Istanbul, che pone al centro il consenso libero ed esplicito e impone agli Stati di garantire protezione e tutela alle vittime senza colpevolizzazioni, stereotipi o sospetti. Il rischio è quello di riportare il Paese indietro di decenni, verso una cultura che mette sotto processo le donne anziché la violenza maschile.

Considerato che:

l’insieme di tali scelte configura un attacco complessivo ai diritti, alla libertà e alla dignità delle donne e contribuisce a rafforzare una cultura patriarcale, sessista e machista incompatibile con i principi costituzionali di uguaglianza e democrazia.

L’Assemblea Generale della CGIL esprime la più netta condanna di questo orientamento politico e culturale e riafferma con forza il valore irrinunciabile della libertà delle donne, della loro autodeterminazione, della parità sostanziale e del rispetto di tutte le differenze.

Rivendica il protagonismo delle donne e di tutte le soggettività che il 15 febbraio sono scese in piazza in tantissime città d’Italia per respingere questa deriva e conferma la piena adesione e il sostegno alla mobilitazione nazionale del 28 febbraio contro il DDL stupri, insieme alle associazioni e ai centri antiviolenza.

L’Assemblea generale della Cgil, riconoscendo l’importanza di essere a fianco e parte del movimento delle donne dentro e fuori l’organizzazione, impegna tutte le strutture a favorire la massima partecipazione alle mobilitazioni e a rafforzare l’iniziativa sindacale, culturale e politica, riconoscendo che non esiste democrazia senza la piena libertà, i diritti e la dignità delle donne.