Roma, 3 giugno - Il Patto di Roma rappresenta l’atto costitutivo della Cgil unitaria. E’ il cosiddetto Patto di Roma a cui avevano lavorato Giuseppe Di Vittorio, Achille Grandi, Bruno Buozzi, assassinato dai nazisti poco prima che quel patto venisse sottoscritto.

Cosa rese possibile la costituzione del sindacato unitario nel pieno di un conflitto devastante? In Italia la resistenza al fascismo era iniziata proprio con gli scioperi del 1943 – 1944 che riscontrarono un sostegno ampio in particolare nelle grandi città. Gli operai difesero i grandi impianti industriali dallo smantellamento tentato dai tedeschi in fuga e costruirono un’esperienza di iniziative dal basso importante e non dimenticata. Ciò permise, anche nel dopoguerra e in una condizione di difficoltà e di generale povertà, di dare vita a lotte sociali capaci di strappare conquiste parziali ma durature nel tempo: commissioni interne come organi riconosciuti e forme di contrattazione per il lavoro e per la terra. Fu proprio questo importante retroterra che consentì la definizione del Patto di Roma e la costituzione di un sindacato confederale, lontano da spinte corporative o di mestiere, e capace, invece, di misurarsi su grandi temi sociali oltre che sul terreno della difesa della democrazia. Un sindacato unitario che vedeva impegnato l’arco delle forze antifasciste.La scissione del 1948 fu dovuta principalmente alla rottura delle alleanze di governo che reggevano il Paese in quella fase e alla stessa guerra fredda. Non vi è dubbio che ciò produsse difficoltà nuove nelle vertenze e nelle iniziative sindacali.E’ alla fine degli anni ‘60 e nei primi anni ‘70 che si ricostruisce un percorso unitario sulla spinta in primo luogo di grandi lotte di massa e nell’esperienza democratica dei consigli di fabbrica e dei consigli di zona.Oggi il tema dell’unità sindacale, di un sindacato unitario, democratico, pluralista si pone in forme e termini nuovi. Ad esempio, il contesto politico, sociale, internazionale, culturale, che portò alla rottura del 1948, non esiste più. Anche per queste ragioni è possibile oggi porsi il tema di una nuova unità sindacale. Non ci nascondiamo che veniamo da stagioni nelle quali vi sono stati anche accordi separati. Ma proprio per questo abbiamo bisogno, tutti, di ricostruire un percorso democratico che consenta ai lavoratori e alle lavoratrici di far sentire la propria voce su piattaforme e ipotesi di accordo.D’altra parte l’esigenza di una nuova unità sindacale, costruita su un percorso democratico, può rappresentare una risorsa preziosa proprio in uno dei momenti più critici della storia del nostro paese. Non siamo ancora usciti, infatti, dalla crisi più lunga e destabilizzante dal dopoguerra ad oggi. Siamo nel pieno di processi che tendono a frantumare il lavoro, a scomporre identità sociali, a disarticolare il modello di welfare, a travolgere tutele e diritti. E in questa frantumazione proliferano presunti accordi, sottoscritti da soggetti privi di rappresentanza reale, che spingono sempre più verso il basso le condizioni di lavoro. Ecco quindi l’esigenza di una certificazione della rappresentanza che definisca i soggetti reali della contrattazione, recependo così gli accordi interconfederali sottoscritti anche dalle rappresentanze datoriali di diversi settori. Un nuovo percorso unitario, la certezza della rappresentanza, il rapporto democratico con coloro che si vuole rappresentare, sono la risposta migliore a chi vorrebbe eliminare il ruolo e la funzione del sindacato e, più in generale, dei corpi intermedi. La risposta migliore a chi vorrebbe semplificare e ridurre la complessità democratica. Tanto più proprio quando la nostra democrazia ha bisogno di coniugare libertà e uguaglianza, facendo del lavoro il principio attivo sul quale costruire una nuova qualità dello sviluppo. Questo può farlo soltanto un sindacato forte, unitario, democratico, pluralista.