E’ il febbraio del 1954, e a Palazzo Chigi si insedia Mario Scelba il peggior nemico dei lavoratori e della Cgil. La sua politica di gestione dell’ordine pubblico, che verrà definita scelbismo, si caratterizza per una spiccata fermezza anticomunista e antisindacale, l'uso della Celere per reprimere le proteste di piazza e un'azione di polizia talvolta ritenuta limitativa delle libertà costituzionali. Lo scontro tra Scelba e la Cgil nasce da lontano, a partire dall’eccidio di Portella della Ginestra quando da ministro dell’Interno minimizzò l’accaduto affermando che non si era trattato di un attentato politico, ma solo di banditismo. La repressione scelbiana tra la fine degli anni ‘40 e la metà degli anni ‘50 portò a svariate vittime, feriti e incarcerati.
Per Mario Scelba ogni protesta era l'inizio di una possibile rivoluzione bolscevica e come tale andava repressa con la forza. Nelle campagne del Sud la repressione fu costante, ma anche nelle città del nord i morti causati dalla repressione scelbiana furono molti. Ma il nome di Scelba, oltre che per le sue repressioni da ministro dell’Interno, carica che tenne per sé anche durante l’esperienza da Presidente del Consiglio, è legato a doppio filo anche alla famigerata legge truffa. Una legge elettorale, pensata per incrementare i parlamentari democristiani grazie al premio di maggioranza.
Legge che però non fu sufficiente a garantire alla Dc, che insieme agli alleati non superò la soglia del 50% dei voti che faceva scattare il premio, la maggioranza sperata nelle elezioni del 1953. E fu proprio l’instabilità politica a portare Scelba a palazzo Chigi per oltre 500 giorni. Dopo 5 anni da parlamentare torna di nuovo ad indossare le vesti di ministro dell’Interno dal 1960 al 1962. Negli anni ‘60 è uno strenuo oppositore di Aldo Moro e della sua idea di coinvolgere i socialisti e in seconda battuta i comunisti nel governo repubblicano. Il giudizio postumo sulla sua figura è più che problematico: per gli studiosi Scelba rappresenta l’ala più intransigente dell’atlantismo, al punto tale da lasciare intravedere possibili torsioni autoritarie. L'avversione a idee di giustizia sociale di stampo socialcomunista, in nome di una priorità di ordine economico, portò a violare le libertà costituzionali di opinione e assemblea nei confronti di appartenenti alle formazioni sindacali e delle sinistre.





