Era il primo maggio del 1947, e dopo gli anni bui del fascismo e della guerra si tornava a celebrare la festa dei lavoratori. Una festa che dal 1924 al 1946 era stata soppressa e sostituita dalla festa del Lavoro, celebrata il 21 aprile.
Non quell’anno però: nel 1947, dopo la Liberazione, il Primo maggio fu ufficialmente riconosciuto come festa nazionale.
In tanti scesero in strada e nelle piazze per celebrare questa giornata, tra cui numerosi contadini siciliani del comune di Piana degli Albanesi, nell’entroterra della provincia di Palermo, che si riunirono in una vallata denominata Portella della Ginestra. Lì, tra contadini, operai e le loro famiglie, c’erano circa 2mila persone.
Si manifestava contro il latifondismo e a favore dell’occupazione delle terre incolte, ma non solo: si festeggiava la recente vittoria del Blocco del Popolo, l'alleanza tra i socialisti di Nenni e i comunisti di Togliatti, alle elezioni dell'assemblea regionale siciliana di dieci giorni prima. Alcuni erano lì anche nella speranza di mangiare qualcosa, viste le condizioni di vita piuttosto misere dei lavoratori dell’epoca.
Poi, d’un tratto, gli spari. Raffiche di mitra provenienti dal monte Pelavet si abbatterono sulla folla e si protrassero per circa un quarto d'ora, lasciando sul terreno undici morti, di cui 3 bambini, e ventisette feriti, alcuni dei quali morirono nei giorni successivi per le ferite riportate. Furono sparati circa 800 colpi con almeno sette armi diverse. Nelle giornate del 22 e 23 giugno avvennero altri attentati con mitra, molotov e bombe a mano contro le Camere del Lavoro e le sedi del PCI di Monreale e di altri comuni siciliani, provocando due morti - i sindacalisti Vincenzo Lo Jacono e Giuseppe Casarrubea - e numerosi feriti. Sui luoghi degli attentati vennero lasciati volantini, firmati dal bandito Salvatore Giuliano, che incitavano la popolazione a ribellarsi al comunismo.
A seguito delle indagini che lo indicavano come colpevole, Giuliano inizialmente negò ogni coinvolgimento, per poi ammetterlo in interviste e memoriali. Nel processo, conclusosi nel 1952, la giustizia stabilì che lui e la sua banda erano stati gli unici responsabili materiali della strage. Giuliano era già morto nel 1950, ma i suoi uomini furono condannati all’ergastolo.
Il processo non riuscì però a individuare con certezza eventuali mandanti politici. Fin da subito, e ancora oggi nella storiografia, sono state avanzate ipotesi e sospetti su possibili coinvolgimenti di ambienti politici reazionari siciliani, interessati a intimidire le masse contadine che avevano sostenuto il Blocco del Popolo alle elezioni regionali del 1947. Tali ipotesi, tuttavia, non sono mai state provate in sede giudiziaria, e la questione dei mandanti resta un nodo storico controverso.





