Gennaio 1945. Nel Biellese occupato dai nazifascisti, uomini e donne si muovono all’alba tra sentieri innevati, lontano dalla strada principale. Nascosta tra gli alberi c’è una trattoria isolata, il Quadretto, sotto la protezione delle sentinelle partigiane. Dentro, siedono industriali lanieri e rappresentanti dei sindacati clandestini. Fuori c’è la guerra, dentro si prova a scrivere un pezzo d’Italia futura.
Da mesi, tra il 1944 e l’inizio del 1945, nel distretto tessile biellese i tentativi di dialogo s’intrecciano con gli scioperi e le repressioni. Già nel marzo 1943 oltre settemila operai e operaie avevano incrociato le braccia chiedendo pane e pace. La risposta del regime era stata dura, ma alcuni imprenditori avevano preso le distanze dalle violenze fasciste, mentre i sindacati clandestini avevano avviato contatti diretti con le aziende, rompendo il monopolio corporativo.
Nella primavera del 1944 nascono i primi “contratti di valle”: accordi locali che prevedono aumenti salariali, maggiori tutele e un principio innovativo per l’epoca, l’avvicinamento delle retribuzioni tra uomini e donne. Le trattative avvengono fuori dalle strutture della Repubblica di Salò, in modo clandestino e rischioso, ma con la protezione armata delle formazioni partigiane, che garantiscono sicurezza senza interferire nel merito degli accordi.
Nel tardo autunno le diverse intese vengono unificate. Tra gennaio e marzo 1945 prende forma il “Contratto della Montagna”, esteso a tutto il Biellese con decorrenza 1° marzo. Il testo afferma la piena autonomia delle parti rispetto alle istituzioni fasciste, introduce la settimana di 40 ore, consolida la sostanziale parità salariale e istituisce commissioni paritetiche per vigilare sull’applicazione. È un patto che nasce sotto occupazione e in piena guerra, probabilmente unico in Europa per quelle condizioni.
Il 28 aprile 1945, quattro giorni dopo la liberazione di Biella, la Camera dell’industria ne sancisce la validità per l’intero settore. Quegli accordi diventano un riferimento per la contrattazione del dopoguerra e contribuiscono a definire un modello di relazioni industriali fondato su negoziazione diretta, rappresentanza libera e responsabilità condivisa.
Il “Contratto della Montagna” è un segnale, in quelle fabbriche salvate dal sabotaggio, in quelle commissioni paritetiche nate tra boschi e rastrellamenti, verso la ricostruzione democratica del Paese. Un’esperienza che la Cgil unitaria farà propria nella stagione della costituente e che resterà come uno dei primi esempi di contrattazione libera nell’Italia che rinasce.





