Marzo 1944. Il rumore delle macchine si spegne di colpo nel triangolo industriale. Nelle città presidiate dai tedeschi e dai repubblichini, le fabbriche diventano campo di battaglia contro il regime. Dopo gli scioperi del 1943, le agitazioni di quell’anno assumono un significato ancora più netto: non solo rivendicazione salariale, ma atto politico contro l’occupazione e il fascismo.

Il 1° marzo gli stabilimenti Fiat a Torino iniziano la rivolta, nonostante il capo della provincia, Paolo Zerbino, avesse imposto il giorno precedente la chiusura preventiva delle fabbriche per disinnescare le proteste. Il tentativo fallì. Il 2 marzo minacciò la serrata degli impianti e il blocco dei salari, oltre che licenziamenti, revoca degli esoneri dal servizio militare, arresti e deportazioni in Germania. In risposta, gli operai allargarono lo sciopero agli stabilimenti Zenith, Viberti, Ceat, Rasetti; in poche ore settantamila lavoratori incrociarono le braccia. Il giorno dopo, all’uscita dei Grandi Motori Fiat, i militi fascisti attaccarono gli operai. Intanto però le formazioni partigiane delle Brigate Garibaldi proclamavano lo sciopero in Valsesia; in Valle d’Aosta venivano sabotati impianti e linee elettriche, mentre nelle valli a ovest di Torino si tentava di interrompere i collegamenti strategici.

A Milano l’adesione fu imponente: 119.000 scioperanti in cinque giorni. A Torino furono 32.600 per tre giorni. Secondo dati della stessa Repubblica sociale, gli operai coinvolti nel 1944 furono 208.549. Il 3 marzo i vertici governativi ordinarono il presidio militare di ogni stabilimento. Da Berlino arrivò la direttiva di deportare il 20% degli scioperanti, circa 70.000 persone, su impulso di Hitler attraverso l’ambasciatore presso la Repubblica Sociale Italiana, Rudolf Rahn. Il piano repressivo non raggiunse l’obiettivo: i deportati furono probabilmente poco più di un migliaio.

L’adesione oscillò tra il 50 e il 100% delle maestranze fino all’8 marzo, quando il Comitato di agitazione decretò la ripresa del lavoro. Non vi furono conquiste economiche immediate e lo sciopero non si trasformò in insurrezione generale come sarebbe accaduto il 25 aprile 1945 con la caduta della Repubblica Sociale Italiana. Eppure, la repressione voluta da Hitler con l’appoggio di Mussolini non piegò il movimento; anzi, decine di migliaia di uomini e donne scelsero la via della Resistenza.

Nel cuore dell’Europa occupata, la classe operaia italiana dimostrò che la produzione poteva essere fermata e che la fabbrica poteva trasformarsi in spazio di lotta nazionale.