Nel marzo 1943 Torino è una città stremata. Le sirene antiaeree hanno scandito l’inverno, il pane è razionato, nelle fabbriche si producono munizioni e ordigni. Alla Fiat, su 21 mila operai, solo poche centinaia hanno una tessera clandestina del PCI. Eppure, il 5 marzo, dalle officine parte un segnale che nessun apparato di controllo riesce a fermare. Gli operai incrociano le braccia: è la rottura del consenso al regime.
Lo sciopero si allarga in pochi giorni a tutto il triangolo industriale. Accanto ai comunisti si muovono i socialisti di Nenni e il neonato Partito d’Azione; a Milano prende forma l’embrione del Comitato di Liberazione Nazionale. Decisiva è la circolazione dell’“Unità” clandestina, stampata in una cascina a Vaprio d’Adda grazie all’iniziativa di Giuseppe Gaeta. I fogli passano di mano in mano, i volantini corrono nei reparti, la notizia dei fermi torinesi arriva a Sesto San Giovanni e oltre. Il 22 marzo, alle 13.30, alla Falck Concordia si ferma il reparto bulloneria: è l’inizio dello sciopero nell’area milanese. Nei giorni successivi si muovono Breda, Pirelli, Marelli, Borletti, Caproni, Isotta Fraschini e decine di altre fabbriche dell’hinterland.
Le donne hanno un ruolo centrale. Al Cotonificio Dell’Acqua di Legnano le operaie respingono le minacce del sottosegretario alle Corporazioni Tullio Cianetti. Alla Borletti, nella spoletteria, zittiscono il gerarca del sindacato fascista accorso con la polizia. La repressione non tarda: arresti, processi al Tribunale militare, deportazioni. Luigi Tavecchio muore sotto le torture a San Vittore; altri dirigenti finiscono nei lager. Gina Galeotti Bianchi, organizzatrice degli scioperi, sarà uccisa dai tedeschi il giorno della Liberazione.
Gli scioperi arrivano fino a Palazzo Venezia. Mussolini sostituisce il segretario del Pnf e il capo della polizia, riconoscendo l’incapacità del regime di leggere ciò che sta maturando nelle fabbriche. È un segnale politico potente: il consenso non è più compatto, il mondo del lavoro torna soggetto attivo.
Per la storia della Cgil, il marzo 1943 è una radice decisiva. In quelle giornate si saldano organizzazione clandestina e protesta di massa, si ricostruisce un tessuto di solidarietà operaia, si prepara l’unità sindacale che dopo il 25 luglio e l’8 settembre troverà sbocco nella Resistenza e nella nascita della Cgil unitaria.





