30 settembre 1938, a Monaco di Baviera Neville Chamberlain, Édouard Daladier, Adolf Hitler e Benito Mussolini si accordano per smembrare la Cecoslovacchia e cedere la regione dei Sudeti, abitata da una maggioranza germanofona, alla Germania hitleriana. Una conferenza in cui né l’Unione Sovietica di Stalin, né la stessa Cecoslovacchia, alleata di Francia e Gran Bretagna, sono state invitate. Chamberlain e Daladier sottovalutano ancora Hitler, che già aveva annesso l’Austria. La voglia di evitare un nuovo conflitto e la paura del comunismo sovietico, fanno pensare ai leader di Francia e Regno Unito che le concessioni alla Germania siano il male minore. Allo stesso modo, mentre nazisti e fascisti mandano uomini e mezzi per aiutare Franco nel suo colpo di stato, le potenze democratiche non muovono un dito in aiuto dei repubblicani.
Tutto questo fa sì che Stalin si senta accerchiato. Per uscire da questo accerchiamento, vero o presunto, Stalin decide di trattare con i nazisti. Questa trattativa partorisce il patto Molotov-Ribbentrop, un patto di non aggressione decennale stipulato a Mosca il 23 agosto 1939 e preceduto da accordi commerciali tra le due superpotenze. Hitler è riuscito a muovere alla perfezione le pedine nello scacchiere assicurandosi la neutralità del fronte orientale, tanto che una settimana dopo attacca la Polonia, scatenando così il secondo conflitto mondiale.
Ma questo patto ha delle conseguenze anche nel movimento antifascista italiano. I comunisti legati a doppio filo a Mosca sono spiazzati, la potenza antifascista per eccellenza è alleata con il nemico. In Francia e Regno Unito i leader comunisti di mezza Europa vengono arrestati, l’apparato antifascista perde la sua spinta propulsiva.
E’ proprio Giuseppe Di Vittorio, critico da tempo della linea staliniana, a far sentire la sua voce. Il suo giudizio sul patto è netto, per lui è incoerente con la lotta antifascista. A causa di questa posizione critica, è temporaneamente allontanato dalla direzione del Partito Comunista Italiano, dimostrando la sua autonomia di pensiero. Tuttavia, la sua figura rimase centrale nel sindacalismo italiano, venendo successivamente riconosciuto come un dirigente capace di anteporre l'analisi concreta della realtà agli schemi ideologici.
Quel patto allentò i fili della resistenza, ma grazie a figure come Giuseppe Di Vittorio quei fili non si sciolsero, e in pochi anni il movimento antifascista ritrovò l’unità necessaria per combattere e sconfiggere il fascismo.





