1937. La miseria è insostenibile. Il latifondo domina vaste aree del Paese, soprattutto in Sicilia, Calabria, Campania e nel Lazio interno. I grandi proprietari vivono lontani, mentre braccianti e mezzadri sopravvivono tra disoccupazione stagionale e salari da fame. La situazione con la guerra non fa che peggiorare, anche dopo la liberazione del Sud Italia. Nella primavera del 1944, tra colline aride e feudi abbandonati, gruppi di contadini si mettono in cammino all’alba. Portano con sé zappe, vanghe, sacchi di semi e bandiere. Non attendono più promesse. Entrano nelle terre incolte e cominciano a lavorarle. “sciopero a rovescio”: si entra nei campi e si lavora, si dissodano terre, si riparano strade rurali, si semina. È una sfida aperta all’assetto agrario e insieme una richiesta pratica di cambiamenti.

Il 1° maggio 1947, a Portella della Ginestra, la violenza mafiosa colpisce i contadini riuniti per la festa del lavoro. La strage non ferma le lotte, anzi: le radicalizza. In Sicilia e in altre regioni si moltiplicano le occupazioni; la repressione è dura, con arresti e scontri, e cadono sindacalisti come Placido Rizzotto e Salvatore Carnevale, che diventeranno simbolo dell’impegno della Cgil nelle campagne

Tra il 1949 e il 1950 il Parlamento vara la riforma agraria. Non risolve tutti gli squilibri, ma avvia l’esproprio di parte dei latifondi e la redistribuzione delle terre. È il risultato di una pressione sociale lunga e diffusa, in cui il sindacato gioca un ruolo decisivo nell’organizzare, rappresentare e difendere i braccianti.

L’epopea delle occupazioni coincide con l’ingresso nella sfera pubblica di migliaia di uomini e donne, il punto di partenza da cui imparano a contrattare, a manifestare, a costruire rappresentanza. Per la Cgil significa radicarsi nei territori rurali e affermare che il lavoro della terra è parte integrante dei diritti di cittadinanza.

In quei giorni del 1944, tra campi incolti e bandiere al vento, prende forma un’idea di giustizia sociale che attraverserà la Repubblica nascente. Le zolle rivoltate non sono solo terra lavorata: sono il segno di un Paese che prova a cambiare dal basso.