1926. È il 3 aprile quando il fascismo cancella il pluralismo. La sola voce che rimbomba nel vuoto è quella del sindacato unico fascista. Per anni, le uniche forme di rappresentanza, anche se fittizia, saranno le Corporazioni.

Ma il due settembre 1943, malgrado la guerra sia in una fase molto cruenta, la speranza inizia a infiltrarsi nelle menti e nei cuori degli italiani. Da poco più di un mese Benito Mussolini è stato deposto, il Partito Nazionale Fascista sciolto. A capo del governo c’è Pietro Badoglio, non certo un riformista, ma dopo 20 anni di potere fascista anche il governo di un generale è un’ottima notizia. Mentre gli anglo-americani avanzano nel Sud, i tedeschi battono in ritirata e il governo è pronto a firmare la resa, succede qualcosa che fino a pochi mesi prima era impensabile: Bruno Buozzi come rappresentante del sindacato e Giuseppe Mazzini per gli industriali, firmano presso il ministero dell’Industria un patto fondamentale. Con questa firma si reintroduce nel campo delle relazioni industriali l’organo di rappresentanza unitaria di tutti i lavoratori, impiegati e operai nelle aziende con almeno 20 dipendenti, attribuendogli anche poteri di contrattazione collettiva a livello aziendale. Si tratta delle Commissioni interne, di cui si parlava già nell’accordo Itala-Fiom del 1906 e che il fascismo aveva cancellato nel 1925. L’esperienza delle commissioni interne, che sono state regolate da vari accordi nel corso degli anni, vivranno fino agli anni ‘70, quando l’approvazione dei consigli di fabbrica porterà i lavoratori e il sindacato in una nuova fase. L’accordo Buozzi Mazzini rappresenta per l’influenza che ebbe nelle vicende sindacali della Resistenza, uno degli episodi fondamentali della ricostruzione di un libero movimento sindacale. La nascita della CGIL unitaria rappresenta la prosecuzione sul piano sindacale dell’unità costruita nella Resistenza dai partiti del CLN, configurandosi inizialmente come un accordo di vertice. Allo stesso tempo, l’accordo Buozzi-Mazzini dimostra quanto fosse sentita la necessità di restituire ai lavoratori una libera e diretta capacità di espressione. Un’esigenza condivisa da tutto il sindacalismo prefascista, e in particolare da Buozzi.