E’ il 30 maggio 1924, un uomo si alza dai banchi delle opposizioni alla Camera, il suo nome è Giacomo Matteotti, la sua voce è ferma, il momento è buio. Le parole sono pesanti, la denuncia di violenze e intimidazioni ai seggi concreta. “Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il più alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità, domandando il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza alla Giunta delle elezioni”. E’ uno dei passaggi, accusatorio, che fece infuriare non poco Benito Mussolini. Passano 11 giorni, è il 10 giugno, quando il deputato alle 16.15 esce di casa per recarsi alla Camera dei Deputati. Il suo cammino viene interrotto sul lungotevere Arnaldo da Brescia, dove ad attenderlo era ferma un'auto con a bordo alcuni individui, poi in seguito identificati come i membri della Ceka fascista. Ci sono volute 3 persone per piegare la resistenza del deputato socialista, che una volta stordito fu caricato su una Lancia Kappa 2535 di colore blu. Ma non domo Matteotti lottò anche all’interno dell’auto finché non fu pugnalato. Il corpo fu ritrovato solo il 16 agosto. Ma l’aggressione del 1924 fu solo l’ultima di una lunga serie, iniziata nel gennaio 1921 quando fu assediato all’interno della Camera del Lavoro di Ferrara, di cui era segretario, per oltre 3 ore dalle squadre d’azione fasciste agli ordini di Italo Balbo. Le intimidazioni continuarono nei tre anni che separano i fatti di Ferrara e la sua morte, ma lo spirito battagliero non l’ha fatto desistere a continuare a denunciare l’autoritarismo del fascismo.
Con l’assassinio di Giacomo Matteotti, ogni parvenza di democrazia sparì. Il fascismo mostrò il suo vero volto e qualunque pensiero di poter collaborare e democratizzare il partito fascista venne meno. L’Aventino su cui si barricarono i deputati di opposizione fu esclusivamente un’azione morale e non portò ad alcun risultato. Il fascismo aveva ormai in pugno le istituzioni italiane, e in pochi anni avrebbe silenziato ogni voce che voleva contrastarlo. Ma nonostante i tanti anni di regime l’idea di giustizia sociale non morì, ma continuò ad alimentarsi sotto traccia fino ad esplodere con la resistenza. Perché come Matteotti disse pochi mesi prima di morire alle camicie nere: “Uccidete pure me, ma l’idea che è in me non l’ucciderete mai”.





