Dopo due anni di guerra, vivere a Torino è sempre più difficile: per una famiglia operaia il costo del cibo raddoppia in pochi anni, passando da poco più di venti lire nel 1914 a quasi quaranta nel 1917.
Le rivendicazioni economiche si intrecciano con la richiesta, sempre più esplicita, di porre fine alla guerra. A guidare le mobilitazioni sono soprattutto le donne. La rottura arriva il 21 agosto, quando finiscono le scorte di farina della città e il giorno dopo i fornai restano senza pane. Nei quartieri operai la protesta esplode spontaneamente, fuori dal controllo delle organizzazioni politiche e sindacali. Le strade si riempiono, si innalzano barricate e i cortei, spesso guidati da donne, attraversano le periferie. Il 23 agosto lo sciopero generale coinvolge gran parte delle fabbriche cittadine. Anche Torino diventa un campo di battaglia.
La risposta delle autorità è immediata e dura. Il potere passa ai militari, mentre l’esercito circonda i quartieri più caldi, come Barriera di Milano e Borgo San Paolo. Il 24 agosto è la giornata più violenta: gli scontri si intensificano, i tentativi di rompere l’assedio vengono repressi con la forza. Le barricate vengono abbattute, la rivolta soffocata nel sangue. Nei giorni successivi la protesta si spegne lentamente, fino al ritorno apparente dell’ordine.
Per la CGdL quelle giornate rappresentano un passaggio delicato. La mobilitazione nasce senza una direzione organizzata, ma rivela la profondità della crisi sociale e il legame tra condizioni materiali e tensione politica. La repressione che segue - arresti, processi, invii al fronte - segna duramente il movimento operaio torinese.





