È l’aprile 1915, a Torino un operaio si dirige a piedi verso lo stabilimento FIAT di via Dante. Il clima è mite, ma soffiano venti di guerra. Da quasi un anno le potenze europee si sfidano sui campi di battaglia e già da tempo non si producono più auto, ma motori per l’industria bellica. La CGdL insiste nel chiedere di mantenere l’Italia neutrale, mentre l’aria che si respira è quella di un Paese pronto all’intervento bellico. E infatti il 24 maggio 1915 il Governo italiano dichiara guerra all’Impero austro-ungarico, nonostante la voce dei lavoratori che chiedono la neutralità, diventa un Paese belligerante e le industrie devono adeguarsi di conseguenza, trasformando  profondamente il sistema produttivo.

Con l’istituzione del Sottosegretariato per le Armi e Munizioni lo Stato assunse il coordinamento della produzione bellica. Le principali imprese private furono dichiarate “stabilimenti ausiliari” e sottoposte a controllo militare. Le fabbriche aumentarono rapidamente la produzione di armi, munizioni e materiali strategici. Gli operai vennero vincolati a una disciplina speciale, con forti limitazioni al diritto di sciopero. La mobilitazione rafforzò il legame tra Stato e grande industria, segnando una svolta nei rapporti economici e sociali dell’Italia liberale. La CGdL, così come il partito socialista, assunse una posizione di compromesso, riassunta nella formula “né aderire né sabotare”, tentando di tutelare i lavoratori senza ostacolare direttamente lo sforzo bellico, anche per evitare la militarizzazione sindacale. Nel corso degli anni di guerra dovette gestire la difficile situazione dei lavoratori inquadrati nelle fabbriche ausiliarie, spesso operando in clandestinità o attraverso le Commissioni Interne. La CGdL visse la guerra come un momento di grande difficoltà, divisa tra l’ideologia pacifista e la necessità pratica di proteggere la classe operaia in un contesto di repressione, preparando il terreno per la forte crescita organizzativa del dopoguerra.