PHOTO
Roma, 3 giugno - “Il D.Lgs. 96/2026 dà attuazione formale alla Direttiva (Ue) 2023/970 sulla trasparenza retributiva, ma in modo ritenuto inadeguato. Il testo recepisce infatti il provvedimento con minime modifiche rispetto allo schema originario, senza tenere conto delle osservazioni emerse nelle fasi di confronto e in sede parlamentare”. Lo dichiarano le segretarie confederali della Cgil, Francesca Re David e Lara Ghiglione.
“Come aveva già dichiarato il Governo italiano nel Rapporto nazionale sull’attuazione della Carta Sociale Europea del 19 dicembre 2025, il recepimento - sottolineano le due dirigenti sindacali - avrebbe dovuto introdurre “significative innovazioni. Il decreto approvato - proseguono - fa invece il contrario, riducendosi a un’operazione di coordinamento normativo che lascia intatte tutte le criticità già censurate dal Comitato Europeo dei Diritti Sociali, che ha condannato l’Italia per la violazione dell’art. 4, par. 3 (diritto a un’equa retribuzione) e dell’art. 20, lett. c) della Carta sociale europea, in quanto non in grado di assicurare la trasparenza sui criteri di determinazione della retribuzione (CEDS, decisione 28 febbraio 2020, University Women Europe vs. Italy)”.
Per Re David e Ghiglione, “le lacune sul sistema sanzionatorio, sull’inversione dell’onere della prova, sul risarcimento integrale, sugli appalti pubblici e sui termini di prescrizione non sono mere sviste tecniche: sono scelte politiche che privilegiano la riduzione degli oneri per i datori di lavoro rispetto all’effettività dei diritti delle lavoratrici. In questo senso, il decreto rischia di violare anche il principio di non regressione sancito dall’art. 27 della stessa Direttiva che pretende di attuare”.
“La Cgil - aggiungono le due segretarie confederali - chiede l’immediata integrazione del decreto nei punti indicati, con particolare urgenza per l’introduzione di un sistema sanzionatorio autonomo, dell’inversione dell’onere della prova nei termini previsti dalla Direttiva, del diritto al risarcimento integrale senza massimali, delle disposizioni sugli appalti pubblici e di un adeguato rafforzamento dei poteri delle consigliere di parità, oltre alla revisione della definizione di retribuzione, che attualmente non considera le componenti variabili e individuali.
“In assenza di tali correttivi, l’Italia si esporrebbe a una nuova procedura di infrazione europea e continuerebbe a violare i diritti delle lavoratrici che il diritto europeo e la Carta Sociale Europea già impongono di tutelare”, concludono Re David, Ghiglione.






