Nel 1913, mentre l’Italia liberale si interroga sulle regole dello Stato di diritto, emerge una figura destinata a segnare in profondità la storia democratica del Paese. Giacomo Matteotti, racconta la storica Michela Ponzani, interviene da giurista per contestare il nuovo codice di procedura penale, criticando l’idea di un Pubblico Ministero percepito come «figura terza e non come accusa». È un ruolo inedito per Matteotti, che affonda però le sue radici in un’esperienza ben più profonda.
Perché Matteotti è prima di tutto «un politico e un sindacalista». La sua vera scuola non è l’università, ma il Polesine, una delle zone «più povere, sconosciute e abbandonate della penisola». È lì che matura il suo tirocinio come amministratore comunale, come organizzatore di leghe contadine, come difensore dei diritti dei più deboli.
Nel Polesine Matteotti svolge un’attività che unisce «militanza, mutualismo e direzione politica». Incarna perfettamente quella borghesia progressista delle professioni liberali che gravita attorno al Partito Socialista Italiano e che sceglie di essere solidale, nei fatti prima ancora che nelle parole, con i ceti subalterni. Una borghesia che mette le proprie competenze giuridiche e amministrative al servizio delle lotte sociali, dentro una logica «solidaristica e mutualistica».
Questo intreccio rivela un tratto distintivo del PSI nell’età liberale: «un partito della classe, ma mai rigidamente classista» nella propria composizione. È un’origine che segnerà tutta la traiettoria politica di Matteotti, fino al suo impegno antifascista.
Il legame con il Polesine riaffiora con forza nel 1921, durante il congresso di Livorno. Matteotti non è presente perché chiamato a presiedere, in via eccezionale, la Camera del Lavoro di Ferrara, dopo l’uccisione di un militante socialista da parte delle squadracce fasciste. In quell’occasione elenca uno per uno i paesi colpiti dalla violenza: «Salara, Gavello, Pincara, Pettorazza, Adria, Lendinara». Nomi di borgate del Polesine, luoghi concreti di una repressione che lui conosce da vicino.
La clip restituisce così la radice profonda della forza morale di Matteotti. «Senza il Polesine e senza l’impegno sindacale a difesa dei più deboli» Matteotti sarebbe stato un politico diverso. Ed è proprio quel tirocinio tra le campagne, a fianco degli ultimi, che rende ancora oggi la sua figura straordinariamente viva e potente nella memoria civile italiana.




