Nell’autunno del Novecento italiano, le grandi decisioni della diplomazia si intrecciano alle tensioni profonde di una società in trasformazione. È il 23 ottobre del 1909, e mentre al castello di Racconigi tutto è pronto per accogliere lo zar Nicola II di Russia, le piazze italiane si preparano a reagire.

La storica Michela Ponzani ricostruisce il clima di quei giorni, quando la visita dello zar non è soltanto un evento mondano o dinastico, ma un appuntamento politico carico di significati internazionali. I rapporti tra Savoia e Romanov sono solidi, la regina Elena è legata personalmente alla famiglia imperiale russa, e sullo sfondo si muove l’urgenza di contenere la fragilità dei Balcani, destinata a esplodere pochi anni dopo, nel 1914.

Ma quella visita, racconta Ponzani, avviene in un Paese attraversato dal conflitto sociale. Per il Partito Socialista e per la CGDL, Nicola II non è un ospite illustre, ma «il carnefice del popolo russo», «il boia coronato». Lo zar è accusato di aver instaurato un «regime assolutista e repressivo», soprattutto dopo il sangue versato in seguito alla rivoluzione del 1905.

La paura del dissenso è tale che l’Italia si trasforma in una fortezza. Come sottolinea la storica, la visita è «blindata come un moderno summit del G8». I prefetti ricevono ordini precisi: comizi ammessi solo in luoghi chiusi, scioglimento immediato alla minima intemperanza, divieto assoluto di manifesti o volantini offensivi.

Oltre 10.000 soldati vengono schierati lungo il percorso da Genova a Racconigi. Il Piemonte entra di fatto in uno stato d’assedio: cavalleria nelle strade, accessi sbarrati con tronchi d’albero, negozi chiusi, cittadini sospetti arrestati preventivamente. La macchina della sicurezza riesce a soffocare la protesta nella regione, ma non ovunque.

La mobilitazione «grazie all’organizzazione socialista e della CGdL» esplode con forza soprattutto in Emilia‑Romagna. È qui che le piazze si accendono davvero, trasformando una visita imperiale in un detonatore politico.

La clip restituisce così il ritratto di un’Italia in piena età giolittiana, sospesa tra diplomazia internazionale e lotta di classe, tra ordine imposto e conflitto che ribolle sotto la superficie. Un passaggio emblematico della storia della CGIL nascente, quando il sindacato si misura non solo con il lavoro, ma con la scena politica globale.