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Giovedì 16 aprile, si è tenuta l’audizione della Cgil nell’ambito dell’indagine conoscitiva ‘sulla capacità competitiva del sistema Italia, sulle dinamiche del PIL nel periodo 1992-2025 in rapporto alla media UE e sulle leve di intervento sui settori produttivi per sostenere la crescita economica’.
Riportiamo la memoria Cgil predisposta per l’occasione.
1. Premessa
La CGIL ringrazia la Commissione per l’opportunità di intervenire nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulla capacità competitiva del sistema Italia, sulle dinamiche del PIL nel periodo 1992–2025 in rapporto alla media europea e sulle leve di intervento sui settori produttivi per sostenere la crescita economica.
Il contributo che intendiamo offrire parte da una valutazione di fondo: il ritardo accumulato dall’Italia in termini di crescita economica e competitività non è riconducibile a fattori contingenti, ma rappresenta l’esito di una progressiva perdita di capacità industriale, di una debolezza strutturale degli investimenti e dell’assenza di una politica industriale organica e continuativa.
2. Le dinamiche del PIL italiano (1992–2025) nel confronto europeo
Nel lungo periodo, l’Italia ha registrato una dinamica di crescita significativamente inferiore rispetto alla media dell’Unione europea.
In particolare:
• tra il 1992 e il 2007 la crescita italiana è risultata già inferiore a quella dei principali partner europei
• dopo la crisi del 2008, il divario si è ampliato in modo marcato
• nel periodo successivo alla pandemia, il recupero è stato parziale e non sufficiente a colmare il gap.
Nel complesso, il PIL italiano ha mostrato una crescita cumulata nettamente più contenuta rispetto a Paesi come Germania, Francia e Spagna, evidenziando una difficoltà persistente nel sostenere dinamiche espansive nel medio-lungo periodo.
Le ragioni di questo ritardo sono molteplici, ma convergono su alcuni fattori strutturali:
• bassa produttività del sistema economico
• insufficiente dinamica degli investimenti pubblici e privati
• riduzione del peso dell’industria sul PIL
• ritardi nell’innovazione e nella ricerca
In questo quadro, appare evidente come la debolezza della crescita italiana sia strettamente connessa alla progressiva erosione della base industriale.
3. Un contesto internazionale radicalmente cambiato
Il rallentamento della crescita italiana si inserisce oggi in un contesto globale profondamente mutato, caratterizzato da:
• instabilità geopolitica
• riorganizzazione delle catene del valore
• competizione tra grandi aree economiche
Gli Stati Uniti e la Cina stanno attuando politiche industriali espansive e selettive, sostenute da ingenti investimenti pubblici.
Allo stesso tempo, si assiste a un ritorno a politiche protezionistiche e all’utilizzo di dazi, che rischiano di comprimere gli scambi internazionali e penalizzare economie aperte come quella europea.
Parallelamente, l’aumento della spesa militare a livello globale ed europeo rischia di sottrarre risorse agli investimenti produttivi e sociali, riducendo la capacità dei sistemi economici di sostenere la crescita.
In questo scenario, l’Europa appare in ritardo e frammentata, mentre l’Italia rischia di collocarsi tra le economie più esposte.
4. Energia: nodo strutturale della competitività industriale
Il tema dell’energia rappresenta oggi uno dei principali fattori strutturali che determinano la capacità competitiva del sistema produttivo italiano e incide in modo diretto sulle dinamiche di crescita del PIL nel medio-lungo periodo.
A differenza di altri Paesi europei, l’Italia continua a scontare un differenziale di costo dell’energia particolarmente elevato, che penalizza in modo significativo il sistema industriale, in particolare i settori energivori e le filiere manifatturiere ad alta intensità produttiva.
Questa condizione non è il risultato esclusivo delle recenti tensioni internazionali o dello shock energetico legato ai conflitti geopolitici, ma evidenzia una fragilità strutturale del modello energetico nazionale, determinata da tre fattori principali:
• elevata dipendenza dalle importazioni di fonti fossili
• ritardi nello sviluppo delle fonti rinnovabili e delle relative filiere industriali
• assenza di una strategia energetica integrata con la politica industriale
Le scelte recenti: interventi sugli effetti e non sulle cause
Le politiche adottate negli ultimi anni si sono concentrate prevalentemente sulla gestione dell’emergenza, senza incidere sulle cause strutturali del problema.
In particolare:
• non si è intervenuti in modo significativo sulla riduzione delle accise, nonostante l’aumento rilevante del gettito derivante dai prodotti energetici
• il cosiddetto decreto “bollette” ha previsto l’utilizzo delle risorse provenienti dal sistema ETS per contenere i costi nel breve periodo, riducendo però le risorse disponibili per gli investimenti nella transizione energetica
• non è stata avviata una strategia organica per la riduzione del differenziale di prezzo rispetto agli altri Paesi europei
Questo approccio rischia di produrre un effetto doppio negativo: non risolve il problema nell’immediato indebolisce le prospettive di trasformazione nel medio periodo
Il nodo strategico: rinnovabili e filiera industriale
Il ritardo italiano nello sviluppo delle energie rinnovabili rappresenta uno degli elementi più critici.
Non si tratta solo di una questione ambientale, ma di una vera e propria scelta di politica industriale.
Lo sviluppo delle rinnovabili consente infatti di:
• ridurre il costo dell’energia nel medio periodo
• aumentare l’autonomia energetica del Paese
• sviluppare nuove filiere produttive e occupazionali
L’assenza di una politica industriale sulle rinnovabili ha invece determinato:
• ritardi autorizzativi
• incertezza normativa
• mancata costruzione di una filiera nazionale
Il confronto europeo: il caso della Spagna
Il confronto con altri Paesi europei, e in particolare con la Spagna, è particolarmente significativo.
Negli ultimi anni, la Spagna ha attuato una strategia chiara e coerente basata su:
• forte accelerazione degli investimenti in energie rinnovabili
• semplificazione delle procedure autorizzative
• politiche di sostegno allo sviluppo delle filiere
Queste scelte hanno prodotto risultati concreti:
• riduzione del costo medio dell’energia
• maggiore stabilità dei prezzi
• rafforzamento della competitività del sistema produttivo
La Spagna è riuscita, in questo modo, a trasformare la transizione energetica in una leva di sviluppo industriale, mentre l’Italia rischia di subirla come un fattore di costo.
Il falso dibattito sul nucleare
In questo contesto, la riproposizione del nucleare come soluzione strutturale appare non solo tardiva, ma anche poco credibile.
I tempi di realizzazione di nuovi impianti, i costi elevatissimi, l’assenza di una filiera industriale nazionale e le criticità legate alla gestione delle scorie rendono questa opzione incompatibile con le esigenze immediate del sistema produttivo.
Il rischio è quello di alimentare un dibattito ideologico che distoglie attenzione e risorse dalle scelte realmente necessarie e urgenti.
Energia, industria e lavoro: una questione di politica industriale
Il tema energetico non può essere affrontato come una questione settoriale, ma deve essere collocato dentro una strategia complessiva di politica industriale.
Il costo e la disponibilità dell’energia incidono infatti su:
• localizzazione degli investimenti
• tenuta delle filiere produttive
• qualità e stabilità dell’occupazione
Senza una riduzione strutturale del costo dell’energia e senza una strategia chiara di sviluppo delle rinnovabili e delle relative filiere industriali, il rischio è quello di assistere a un progressivo processo di deindustrializzazione.
L’energia rappresenta oggi uno dei principali terreni su cui si gioca il futuro industriale del Paese.
La scelta è netta: o si costruisce una strategia che trasformi la transizione energetica in una leva di sviluppo e competitività, oppure si continuerà a subirne gli effetti, con conseguenze negative su industria, lavoro e crescita economica.
5. Le grandi crisi industriali
Le crisi in atto riguardano settori strategici:
• acciaio
• automotive
• chimica di base
• energia
• tessile e moda
Queste crisi rappresentano un fattore diretto di indebolimento della base produttiva e della crescita economica.
Esse hanno inoltre una dimensione europea, legata all’assenza di politiche industriali in grado di accompagnare gli obiettivi del Green Deal, trasformando una transizione necessaria in un rischio per interi comparti.
6. Le tre grandi transizioni
Il sistema produttivo è attraversato da tre transizioni:
Digitale, Ambientale e Demografica
In particolare, la transizione demografica:
• riduce la popolazione attiva
• registra oltre 150.000 giovani che emigrano ogni anno
• non è accompagnata da politiche migratorie adeguate
Senza un governo attivo, queste transizioni rischiano di tradursi in perdita di occupazione e capacità produttiva.
7. Innovazione, ricerca e qualità del lavoro: il nodo della produttività
La capacità di un sistema economico di sostenere nel tempo crescita, competitività e qualità dell’occupazione è sempre più legata al livello degli investimenti in ricerca, innovazione e trasferimento tecnologico.
Nel caso italiano, il ritardo accumulato su questi fronti rappresenta uno dei principali fattori strutturali alla base della bassa crescita della produttività e, conseguentemente, del divario rispetto ai principali partner europei.
Il ritardo italiano negli investimenti in ricerca e sviluppo
L’Italia continua a investire in ricerca e sviluppo una quota di PIL significativamente inferiore rispetto alla media europea e, soprattutto, rispetto ai principali Paesi industriali.
Questo ritardo si manifesta su più livelli:
• minore spesa pubblica in ricerca
• investimenti privati insufficienti e frammentati
• debole integrazione tra sistema produttivo e sistema della conoscenza
• difficoltà nel trasferimento dei risultati della ricerca verso l’industria
Il risultato è un sistema che fatica a generare innovazione diffusa e a tradurla in crescita economica e produttività.
Il confronto europeo: il caso della Germania
Il confronto con la Germania evidenzia con chiarezza la distanza tra i modelli.
La Germania ha costruito nel tempo un sistema fortemente integrato tra:
• industria
• ricerca
• formazione
attraverso:
• investimenti stabili e consistenti in R&S
• una rete capillare di centri di ricerca applicata (come il sistema Fraunhofer)
• una forte collaborazione tra imprese, università e istituti tecnici
• politiche pubbliche orientate al sostegno delle filiere strategiche
Questo modello ha consentito alla Germania di:
• sostenere livelli elevati di produttività
• mantenere una forte base industriale
• guidare l’innovazione in settori chiave
Al contrario, l’Italia presenta:
• un sistema più frammentato
• minori investimenti
• una minore capacità di trasformare conoscenza in produzione
Innovazione e struttura produttiva
Il ritardo negli investimenti in innovazione è strettamente connesso alla struttura del sistema produttivo italiano, caratterizzato da una prevalenza di imprese di piccola dimensione.
Questa configurazione rende più difficile:
• sostenere investimenti in ricerca
• sviluppare innovazione interna
• accedere a reti internazionali della conoscenza
Per questo motivo, il tema dell’innovazione non può essere separato da quello della politica industriale e della crescita dimensionale delle imprese.
Il rischio di una transizione subita
Nel contesto delle grandi transizioni – digitale e ambientale in particolare – il ritardo nell’innovazione espone il Paese a un rischio concreto:
subire le trasformazioni invece di guidarle
Questo può tradursi in:
• perdita di posizioni nelle filiere globali
• dipendenza tecnologica dall’estero
• riduzione della capacità industriale
Innovazione e qualità del lavoro
Il tema dell’innovazione è strettamente legato alla qualità del lavoro.
Senza un governo pubblico dei processi innovativi, esiste il rischio che:
• l’innovazione aumenti le disuguaglianze
• si produca polarizzazione tra lavoro qualificato e lavoro povero
• si diffondano forme di precarietà
Al contrario, una strategia industriale orientata all’innovazione deve:
• valorizzare le competenze
• sostenere la formazione continua
• garantire qualità e stabilità dell’occupazione
Le priorità di intervento
Per colmare il divario con i principali partner europei è necessario:
• aumentare in modo significativo gli investimenti pubblici in ricerca
• incentivare gli investimenti privati in innovazione
• rafforzare il trasferimento tecnologico
• costruire reti stabili tra università, centri di ricerca e imprese
• sostenere l’innovazione nelle filiere produttive
In questo quadro, è fondamentale anche valorizzare il ruolo delle politiche pubbliche nel coordinare e orientare gli investimenti, evitando dispersioni e frammentazioni.
Il ritardo italiano in ricerca e innovazione rappresenta uno dei principali fattori che spiegano la debole crescita del PIL nel lungo periodo e la perdita di competitività del sistema produttivo.
Colmare questo divario non è una scelta opzionale, ma una condizione necessaria per:
• sostenere la crescita economica
• rafforzare l’industria
• migliorare la qualità del lavoro
La sfida non è solo aumentare gli investimenti, ma costruire un sistema in grado di trasformare conoscenza in sviluppo.
8. Infrastrutture, logistica e cura del territorio
Il livello di sviluppo infrastrutturale e l’efficienza del sistema logistico rappresentano una leva fondamentale per la competitività del sistema produttivo e per la capacità di crescita del PIL nel medio-lungo periodo.
In un’economia sempre più integrata e basata su catene del valore complesse, la qualità delle infrastrutture materiali e immateriali incide direttamente su:
• i costi di produzione
• i tempi di approvvigionamento e distribuzione
• la capacità di attrarre investimenti
• l’integrazione tra territori e sistemi produttivi
Ritardi strutturali e divari territoriali
L’Italia continua a scontare ritardi significativi nella realizzazione e nell’ammodernamento delle infrastrutture, con divari territoriali ancora molto marcati, in particolare tra Nord e Sud.
Questi ritardi riguardano:
• reti ferroviarie e mobilità sostenibile
• sistema portuale e interportuale
• connessioni logistiche integrate
• infrastrutture energetiche e digitali
La conseguenza è un aumento dei costi per le imprese e una riduzione della competitività complessiva del sistema Paese.
La centralità della logistica nelle filiere produttive
La logistica rappresenta oggi un elemento strategico delle politiche industriali.
Non si tratta solo di trasportare merci, ma di garantire:
• continuità e affidabilità delle filiere
• integrazione tra produzione e distribuzione
• capacità di risposta alle crisi
In questo senso, porti, retroporti, interporti e reti ferroviarie devono essere considerati parte integrante della politica industriale e non semplici infrastrutture di servizio.
Cura del territorio e fragilità idrogeologica
Accanto alla necessità di realizzare nuove infrastrutture, emerge con forza il tema della cura e manutenzione del territorio, che in un Paese come l’Italia assume un valore strategico.
La fragilità idrogeologica, l’esposizione a eventi climatici estremi e il progressivo consumo di suolo rendono il territorio italiano particolarmente vulnerabile.
Frane, alluvioni e dissesti non rappresentano più eventi eccezionali, ma fenomeni sempre più frequenti, con impatti diretti su:
• infrastrutture di trasporto
• reti energetiche
• continuità delle attività produttive
• sicurezza dei cittadini
La mancanza di interventi strutturali di prevenzione e manutenzione produce effetti economici rilevanti:
• interruzione delle filiere produttive
• aumento dei costi logistici
• perdita di competitività
• danni diretti alle imprese
Un investimento che riduce la spesa futura
La cura del territorio non deve essere considerata un costo, ma un investimento strategico.
Negli ultimi anni, la spesa pubblica legata alla gestione delle emergenze e delle calamità naturali è cresciuta in modo significativo, evidenziando un approccio ancora troppo centrato sull’intervento ex post.
Un cambio di paradigma è necessario: passare dalla gestione dell’emergenza alla prevenzione strutturale
Investire in:
• messa in sicurezza del territorio
• manutenzione delle infrastrutture esistenti
• adattamento ai cambiamenti climatici
consentirebbe nel medio-lungo periodo:
• una riduzione della spesa per calamità naturali
• una maggiore stabilità del sistema produttivo
• una migliore qualità della vita nei territori
Infrastrutture, logistica e politica industriale
Infrastrutture, logistica e cura del territorio devono essere considerati elementi integrati di una strategia di politica industriale.
Non esiste competitività senza:
• reti efficienti
• connessioni affidabili
• territori sicuri
Per questo è necessario:
• accelerare gli investimenti infrastrutturali
• rafforzare la programmazione pubblica
• integrare le politiche industriali con quelle territoriali e ambientali
La competitività di un sistema produttivo non si costruisce solo dentro le fabbriche, ma anche lungo le infrastrutture e nei territori in cui esse operano.
In un Paese fragile come l’Italia, la cura del territorio è parte integrante della politica industriale.
Senza infrastrutture moderne e senza un territorio sicuro, non è possibile sostenere la crescita economica né garantire la tenuta delle filiere produttive.
9. Politiche industriali europee
Il confronto con la media europea evidenzia come la crescita sia sempre più legata alla presenza di politiche industriali coordinate.
Gli obiettivi del Green Deal erano condivisibili, ma l’assenza di strumenti adeguati ne ha limitato l’efficacia.
I ritardi nell’attuazione rischiano di compromettere lo sviluppo tecnologico.
È necessario:
• rafforzare gli investimenti pubblici
• attivare investimenti privati
• introdurre condizionalità
10. Le leve di intervento: per una nuova politica industriale
Alla luce della debole crescita del PIL, della perdita di capacità industriale e delle trasformazioni in atto, è necessario definire una politica industriale esplicita, stabile e orientata al medio-lungo periodo.
Non bastano misure episodiche o incentivi frammentati: serve una strategia capace di orientare gli investimenti, rafforzare le filiere produttive e governare le transizioni, rimettendo il lavoro e la qualità dello sviluppo al centro.
Un ruolo attivo e strategico dello Stato
È indispensabile rafforzare il ruolo pubblico come soggetto in grado di indirizzare lo sviluppo industriale.
In questa prospettiva, la CGIL propone:
• l’istituzione di un fondo sovrano pubblico, finalizzato a sostenere gli investimenti nei settori strategici e a difendere gli asset industriali rilevanti
• la creazione di una agenzia per lo sviluppo industriale, con funzioni di coordinamento delle politiche di filiera, supporto ai processi di reindustrializzazione e monitoraggio degli investimenti
Lo Stato deve tornare a svolgere una funzione di indirizzo e accompagnamento, superando un approccio puramente regolatorio o emergenziale.
Filiere produttive, condizionalità e crescita dimensionale
La competitività del sistema produttivo si costruisce lungo le filiere.
Per questo è necessario:
• rafforzare l’integrazione tra grandi imprese, PMI e sistema della ricerca
• sostenere il reshoring e la localizzazione delle produzioni strategiche
• promuovere processi di crescita dimensionale delle imprese, condizione indispensabile per aumentare la capacità di investimento in innovazione e tecnologia
In questo quadro, gli strumenti pubblici devono essere accompagnati da meccanismi di condizionalità chiari: le risorse pubbliche devono essere vincolate a impegni su occupazione, qualità del lavoro, investimenti e radicamento produttivo.
Il limite degli incentivi a pioggia: risorse senza direzione
Un ulteriore elemento di debolezza delle politiche industriali degli ultimi anni è rappresentato dall’ampio ricorso a strumenti di incentivazione generalizzata, privi di una chiara selettività e di un efficace sistema di condizionalità.
Gli incentivi a pioggia, pur mobilitando risorse significative, non hanno contribuito a orientare il sistema produttivo verso gli obiettivi strategici necessari – innovazione, crescita dimensionale, qualità del lavoro, sostenibilità – ma si sono spesso limitati a sostenere dinamiche già in atto, senza produrre un reale cambiamento strutturale.
L’assenza di criteri selettivi ha determinato:
• dispersione delle risorse pubbliche
• limitato impatto sugli investimenti di lungo periodo
• scarsa capacità di rafforzare le filiere produttive
• debole collegamento tra incentivi e risultati in termini di occupazione e innovazione
Per queste ragioni, è necessario un cambio di paradigma: le politiche di sostegno pubblico devono essere mirate, selettive e condizionate, orientando le risorse verso obiettivi precisi e misurabili e vincolando le imprese beneficiarie a impegni concreti su investimenti, occupazione stabile, innovazione e radicamento produttivo.
Il ruolo strategico delle società partecipate e delle filiere
Le società a partecipazione pubblica devono assumere un ruolo centrale nella politica industriale, diventando soggetti attivi di indirizzo e traino della transizione.
È necessario che esse:
• orientino i propri piani industriali in coerenza con gli obiettivi di sviluppo del Paese
• investano nelle filiere strategiche
• guidino i processi di riconversione industriale e territoriale
In particolare, deve essere rafforzata la responsabilità delle imprese capofila lungo tutta la filiera, evitando che i costi delle trasformazioni ricadano sui segmenti più deboli.
I processi di transizione devono quindi garantire:
• continuità occupazionale
• qualità del lavoro anche negli appalti
• tutela delle imprese dell’indotto
Il paradosso delle partecipate: assenza di indirizzo pubblico
Formazione continua e ammortizzatore per la transizione
Le trasformazioni in atto rendono necessario un investimento strutturale sulle competenze.
Occorre:
• rafforzare la formazione continua
• accompagnare i lavoratori nei processi di riconversione
• prevenire l’espulsione dal mercato del lavoro
Per questo la CGIL propone l’introduzione di un ammortizzatore sociale per la transizione, che garantisca:
• continuità di reddito
• percorsi di formazione e riqualificazione
• accompagnamento verso nuova occupazione
Tale strumento deve avere carattere universale ed essere esteso a tutti i lavoratori coinvolti, inclusi quelli in appalto e nelle filiere dell’indotto.
Innovazione e investimenti come leva di crescita
Infine, è necessario rafforzare gli investimenti in:
• ricerca e innovazione
• trasferimento tecnologico
• digitalizzazione dei processi produttivi
Il sistema pubblico deve svolgere una funzione di coordinamento, evitando dispersioni e sostenendo in modo selettivo i settori a maggiore valore aggiunto.
Le leve per rilanciare la competitività del sistema Italia sono note e disponibili. Ciò che è mancato finora è una visione in grado di integrarle in una strategia coerente.
Serve una politica industriale che tenga insieme:
• ruolo pubblico e investimenti privati
• innovazione e lavoro
• sviluppo economico e giustizia sociale
Solo così sarà possibile trasformare le transizioni in una leva di crescita e non in un fattore di arretramento del sistema produttivo.
11. La filiera dell’abitare: una leva strategica per sviluppo, coesione e innovazione
Lo sviluppo della filiera dell’abitare rappresenta una delle leve più rilevanti su cui intervenire per sostenere la crescita economica, rafforzare il sistema produttivo e rispondere a un bisogno sociale sempre più urgente.
Nel nostro Paese, la questione abitativa è tornata centrale: l’aumento dei costi delle abitazioni, la difficoltà di accesso per giovani e famiglie e la carenza di politiche pubbliche strutturate stanno producendo un divario crescente tra domanda e offerta.
Allo stesso tempo, la filiera delle costruzioni rappresenta un comparto ad alto valore strategico, per la sua capacità di attivare investimenti, occupazione e innovazione lungo un’ampia catena produttiva.
Rispondere al bisogno sociale: diritto all’abitare e accessibilità
Il primo elemento riguarda la necessità di garantire un’offerta di alloggi a prezzi accessibili.
È necessario promuovere un piano pubblico di intervento che favorisca:
• la realizzazione di abitazioni a canone calmierato
• il recupero e la rigenerazione del patrimonio edilizio esistente
• il contenimento della rendita immobiliare
Una politica dell’abitare non può essere lasciata esclusivamente alle dinamiche di mercato, ma deve tornare a essere un asse qualificante dell’intervento pubblico, anche per contrastare fenomeni di esclusione sociale e territoriale.
Una leva di sviluppo economico e occupazionale
La filiera dell’abitare rappresenta anche una leva potente di sviluppo economico.
Il settore delle costruzioni attiva, infatti, una pluralità di comparti:
• produzione di materiali
• impiantistica
• servizi tecnici e professionali
• logistica
Investire nella filiera dell’abitare significa quindi:
• sostenere l’occupazione
• rafforzare il tessuto produttivo
• attivare effetti moltiplicativi sull’economia
In questa prospettiva, è fondamentale superare la logica degli interventi episodici e costruire una strategia stabile e programmata.
Innovazione, sostenibilità e qualità dell’edilizia
Il terzo elemento riguarda il ruolo della filiera delle costruzioni nei processi di innovazione.
La transizione ambientale impone una trasformazione profonda del settore, orientata a:
• efficienza energetica
• sostenibilità dei materiali
• riduzione dell’impatto ambientale
• digitalizzazione dei processi costruttivi
Questo rappresenta una straordinaria opportunità per:
• sviluppare ricerca e innovazione
• rafforzare la competitività delle imprese
• qualificare il lavoro
Per coglierla, è necessario sostenere investimenti in tecnologie e materiali innovativi e rafforzare il legame tra imprese, ricerca e formazione.
Qualità del lavoro e filiera produttiva
La filiera dell’abitare è anche uno dei settori in cui più forte è la presenza di appalti e subappalti.
Per questo è fondamentale garantire:
• qualità e sicurezza del lavoro
• contrasto alla precarietà
• applicazione dei contratti collettivi
Una politica industriale sull’abitare deve quindi tenere insieme sviluppo e qualità del lavoro, evitando che la competizione si giochi sul costo del lavoro.
La filiera dell’abitare rappresenta un punto di incontro tra:
• diritti sociali
• sviluppo economico
• innovazione industriale
Investire in questo settore significa affrontare contemporaneamente una questione sociale e una leva di crescita del PIL.
Per questo è necessario costruire una politica pubblica strutturata, capace di orientare gli investimenti, sostenere la domanda e rafforzare l’intera filiera produttiva.
12. Conclusioni
La debolezza della crescita italiana nel lungo periodo è strettamente connessa alla riduzione della capacità industriale.
Per questo, la competitività del Paese richiede una strategia di politica industriale esplicita, capace di sostenere investimenti, innovazione e lavoro.
La scelta è chiara: o si continua a gestire il declino, oppure si costruisce una strategia per la crescita.
La CGIL ritiene che sia arrivato il momento di scegliere.






