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Lunedì 27 aprile si è svolta l'audizione presso le Commissioni Bilancio congiunte della Camera dei deputati e del Senato, relativa all'esame del Documento di finanza pubblica 2026 (Doc. CCXL, n. 2).
Hanno partecipato per la Cgil il segretario confederale Christian Ferrari e Nicolò Giangrande, Responsabile Ufficio Economia.
Di seguito riportiamo la memoria predisposta per l'occasione con il contributo delle Aree del Centro confederale.
PREMESSA
La Presidente del Consiglio – nel rammaricarsi per la mancata uscita dalla procedura di infrazione – ha rivendicato la linea di austerità perseguita in questi anni e la riduzione del rapporto deficit/PIL dall’8,1% del 2022 al 3,1% del 2025.
Ha però trascurato altri indicatori, che dicono molto di più della situazione reale del Paese. Nel 2022 il PIL cresceva del 4,8%, nel 2025 di appena uno 0,5%, che – nella più ottimistica delle ipotesi – confermeremo anche quest’anno. Nel 2022 la pressione fiscale era del 41,7%, nel 2025 ha raggiunto il 43,1% (il dato più alto da oltre un decennio). Negli ultimi 3 anni la produzione industriale è scesa del 4,2% (dati corretti per gli effetti del calendario: Istat). A dicembre 2025 i salari reali erano ancora inferiori dell’8,1% rispetto a gennaio 2021 (Istat).
Sono questi i dati che incidono sulle condizioni materiali di vita e di lavoro di milioni di persone, e di cui dovrebbe preoccuparsi l’Esecutivo. Il problema, infatti, non è certo un decimale in più o in meno nel rapporto deficit/PIL, ma l’intero impianto delle politiche di bilancio, a partire da due scelte cruciali: la decisione – a dir poco autolesionistica – di avallare la nuova governance economica europea nell’aprile 2024; l’approvazione – nel settembre dello stesso anno – del Piano Strutturale di Bilancio (PSB) attualmente in vigore.
Nel definire il PSB, il Governo aveva di fronte a sé due strade: agire sul lato delle entrate – possibilità prevista anche dal nuovo Patto di Stabilità – andando a prendere i soldi dove sono (extra-profitti, profitti, rendite, grandi ricchezze, evasione fiscale); oppure impostare un lungo ciclo di austerità fino al 2031.
Disgraziatamente, si è scelta questa seconda strada, per poi percorrerla a tutta velocità: tagliando la spesa e gli investimenti pubblici; definanziando la sanità; facendo cassa sulla previdenza; raggiungendo il record di pressione fiscale a carico dei redditi fissi.
Infine – come se tutto ciò non bastasse – si è deciso di accelerare sulle politiche di rigore allo scopo di uscire dalla procedura per disavanzo eccessivo in anticipo rispetto a quanto richiesto dalla stessa Commissione europea. Salvo poi fallire – all’ultimo miglio – questo obiettivo.
C’è un’unica buona notizia in tutto ciò: sarà molto più difficile attivare la clausola di salvaguardia per scomputare dal Patto di stabilità l’aumento delle spese in armi.
Per il resto, siamo di fronte a una vera e propria beffa: non tanto per chi ha assunto quelle decisioni, piuttosto per chi ne ha pagato il prezzo, a partire da lavoratori e pensionati che prima hanno subìto un’inflazione da profitti mai del tutto recuperata (+20,6%, in termini cumulati, nel periodo 2021 –2025); poi un gigantesco drenaggio fiscale di oltre 25 miliardi; infine, il taglio dei servizi pubblici, a cominciare da sanità, istruzione, previdenza.
Risultato: un brutale impoverimento delle classi medie e popolari e la conseguente compressione della domanda interna, che ha contribuito alla crescita dello “zerovirgola” che ormai prosegue dal 2023.
Gli altri fattori che hanno determinato questa parabola sono presto detti: l’assenza di qualunque politica industriale che guidasse la transizione digitale e la conversione ecologica della nostra economia; l’aver puntato tutto sulla parte più arretrata, meno innovativa e a più basso valore aggiunto del nostro sistema produttivo (dove si annidano più che altrove precarietà, sfruttamento, evasione fiscale e contributiva); aver sostanzialmente sprecato – tra ritardi, inefficienze e continue rimodulazioni – l’irripetibile occasione del PNRR.
Un esempio su tutti, la politica energetica: ci si è limitati a “diversificare” le importazioni di gas (con l’effetto di farci passare dalla dipendenza dai beni energetici provenienti dalla Russia, a quelli – peraltro più costosi – provenienti in particolare dagli Usa); anziché aumentare la produzione di energia rinnovabile, l’unica in grado di ridurre l’impatto climatico, garantire sicurezza e indipendenza energetica, diminuire strutturalmente i prezzi dell’energia per imprese e famiglie.
Siamo arrivati al punto che – nel 2025 – le nuove installazioni di rinnovabili sono addirittura scese dell’8,2% (Anie rinnovabili).
E oggi ci troviamo ad affrontare a mani nude una nuova e ancor più devastante crisi energetica; l’ennesima – probabilissima – fiammata inflattiva; il rischio concreto – paventato dallo stesso ministro Giorgetti – di andare in recessione.
E tutto ciò, in una condizione di vulnerabilità ben peggiore di quella del 2022, quando avevamo: il rimbalzo post Covid del PIL e dell’occupazione; la sospensione generale del Patto di Stabilità; politiche monetarie espansive della BCE; l’avvio del PNRR; il potere d’acquisto non ancora eroso dall’inflazione degli anni successivi.
In conclusione, riteniamo urgente cambiare radicalmente strada.
Nell’immediato, occorre innanzitutto:
• contribuire alla soluzione dei conflitti bellici con tutti gli strumenti politici e diplomatici a disposizione;
• incrementare la quota di energia nazionale prodotta da fonti rinnovabili, a cominciare dagli oltre 1.700 progetti di installazione che sono ancora in attesa di autorizzazione; disaccoppiare le rinnovabili dal gas (in Italia, nel 2026, il prezzo dell’elettricità è stato determinato dal gas nell’89% delle ore; nello stesso periodo in Spagna – grazie a un’elevata penetrazione delle rinnovabili – il gas ha influenzato i prezzi solo nel 15% delle ore);
• tassare gli extra-profitti delle compagnie energetiche per finanziare misure di contrasto alla povertà energetica e al caro carburanti, sostenendo il reddito di lavoratori e pensionati;
• difendere l’occupazione con ammortizzatori sociali universali tipo Sure, un piano per la giusta transizione e – se necessario – anche il divieto di licenziamento;
• neutralizzare il drenaggio fiscale attraverso l’indicizzazione automatica di tutta la struttura dell’IRPEF all’inflazione (con una crescita dei prezzi al 2,9% – come da previsione del Governo – nel 2026 un lavoratore con un imponibile fiscale da 35.000 euro subirebbe un ulteriore prelievo di oltre 1.500 euro; mentre un pensionato da 1.000 euro al mese pagherebbe al fisco 370 euro in più).
In prospettiva, occorre:
• rinnovare tempestivamente tutti i CCNL pubblici e privati per difendere e rafforzare il potere d’acquisto;
• approvare una legge sulla rappresentanza e introdurre il salario minimo legale;
• garantire una piena perequazione delle pensioni e rafforzare la quattordicesima;
• reindirizzare le risorse che sono già destinate al riarmo (+23 miliardi cumulati nel triennio 2026-2028: DPFP 2025) a sostegno di politiche industriali per i settori manifatturieri e per i servizi, contrastando chiusure e delocalizzazioni.
A livello europeo, è invece indispensabile rilanciare una strategia economica e monetaria espansiva:
• sospendendo il Patto di stabilità come durante l’emergenza Covid;
• evitando un rialzo dei tassi di interesse;
• mettendo in campo un piano straordinario di investimenti sul modello Next generation EU (eurobond) per politiche industriali ed energetiche comuni.
Se vogliamo superare le difficoltà di questo drammatico tornante storico, dobbiamo avere l’umiltà di riconoscere gli errori commessi e guardare alle scelte fatte dai paesi più virtuosi, come, per esempio, la Spagna: che cresce quattro volte più di noi; che ha costi energetici per famiglie e imprese di gran lunga inferiori ai nostri e che sta contrastando molto efficacemente precarietà del lavoro e povertà salariale.








