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Si è conclusa la prima conferenza sull’uscita dalle fonti fossili, organizzata dai governi della Colombia e dei Paesi Bassi dal 24 al 29 aprile a Santa Marta. Si tratta di un processo alternativo e complementare a quello delle conferenze ONU sul clima, nato per compensare l’immobilismo decisionale delle COP. La conferenza si è svolta in un momento di profonda crisi, generata da un modello capitalista che antepone il profitto alla vita, spingendo lo sfruttamento e l’estrattivismo oltre i limiti della natura, generando profonde disuguaglianze e una violenta lotta geopolitica per il controllo delle risorse energetiche e non solo, guidata anche dall’avanzare di una destra imperialista, colonialista e che nega il cambiamento climatico, mentre continua il genocidio in Palestina.
La chiusura dello stretto di Hormuz, a seguito dell’attacco USA/Israele all’Iran, è l’ennesima conferma della connessione fra sistema produttivo fossile e guerre e di quanto uscire dalle fonti fossili sia un imperativo urgente per contrastare il cambiamento climatico, ridurre i conflitti, raggiungere la sovranità energetica e ridurre i costi dell’energia.
L’uscita dalle fonti fossili, responsabili del 75% delle emissioni globali, è ancora un tabù nei negoziati ONU sul clima. Dopo un vago richiamo all’abbandono graduale delle fonti fossili nel settore elettrico nel testo finale della COP28 di Dubai, non è stato fatto nessun progresso e la road map per l’uscita dalle fonti fossili proposta lo scorso anno dalla presidenza brasiliana della COP 30 è miseramente fallita, sotto le pressioni delle lobbies fossili, per mancanza del consenso unanime necessario.
La conferenza di Santa Marta ha contrapposto alla profonda crisi democratica e del multilateralismo, un processo costruito con i governi che hanno risposto all’appello, ma anche con organizzazioni sindacali, popoli indigeni, movimenti sociali, comunità locali, parlamentari e accademici, organizzazioni di afrodiscendenti, donne, giovani, contadini e pescatori.
Ha alzato il livello dei negoziati sul clima dando per acquisita la necessità di uscire dalle fonti fossili per mantenere vivibile il pianeta, salvaguardare la sicurezza energetica e costruire resilienza economica in risposta alla volatilità dei prezzi dei combustibili fossili e cercando soluzioni su come abbandonare petrolio, gas e carbone, valutando tempi, strumenti, risorse e garanzie per tutelare le comunità e i lavoratori.
Il movimento sindacale ha partecipato al processo, con l’invio di contributi scritti, incontri online e partecipazione in presenza. I sindacati hanno partecipato ai due giorni finali di confronto istituzionale, intervenendo sulla base del posizionamento politico Giusta Transizione e democrazia energetica. Il posizionamento è il frutto del lavoro collettivo di quattro giorni di assemblee e incontri, organizzati dalla CSA (Confederazione Sindacale delle Americhe), le federazioni internazionali dei lavoratori dei servizi pubblici PSI e dei trasporti ITF, la TUED (un’alleanza sindacale per la democrazia energetica) e le tre confederazioni sindacali colombiane CUT, CGY e CTC e sottoscritto da tutti i sindacati presenti, fra cui la CGIL.
Il lavoro sindacale di questi giorni mostra evidenti risultati nelle conclusioni dei co-organizzatori (Colombia-Paesi Bassi), a partire dal riconoscimento del coinvolgimento dei lavoratori e delle comunità nella pianificazione della profonda trasformazione economica necessaria per l’uscita dalle fonti fossili, della correlata ristrutturazione finanziaria e diversificazione economica e per garantire una giusta transizione fondata sui diritti e l’accesso all’energia e in grado di offrire benefici tangibili ai gruppi marginalizzati per ridurre le disuguaglianze.
La riconversione economica e del lavoro è un capitolo delle conclusioni in cui si affrontano i temi delle dipendenze strutturali dai combustibili fossili e dell’accettabilità sociale della transizione, in cui viene riconosciuto il ruolo essenziale della partecipazione dei lavoratori e delle comunità e del dialogo sociale per garantire la tutela dei diritti, la riqualificazione professionale, la trasformazione industriale. Le conclusioni sottolineano anche l’importanza di piani territoriali per la transizione giusta e dello sviluppo della forza lavoro con finanziamenti definiti attraverso il dialogo sociale e con le principali parti interessate e le comunità, piani che devono includere la reindustrializzazione e il ripristino ambientale e includere i principi della giusta transizione dell’ILO.
La conferenza ha aperto un nuovo processo multilaterale di rilevanza globale. Hanno partecipato 57 paesi, fra questi anche grandi produttori di idrocarburi e grandi importatori. Sicuramente non tutti erano mossi da buone intenzioni, basti pensare che ha partecipato anche l’inviato speciale per il clima per l’Italia, pur avendo il governo italiano politiche energetiche in aperto contrasto agli obiettivi di Santa Marta (prolungamento phase out dal carbone al 2038, contrasto a tutte le politiche europee per il clima, rallentamento sviluppo rinnovabili ed espansione di progetti e infrastrutture fossili, anche attraverso le grandi partecipate pubbliche ENI e SNAM).
Le conclusioni sono firmate dai paesi che hanno co-organizzato la conferenza (Colombia e Paesi Bassi) e non sono vincolanti. Eppure, la conferenza segna un punto di svolta rispetto alle prevedibili delusioni che accompagnano ormai ogni anno le conferenze ONU sul clima, perché ha dato vita a una nuova speranza collettiva e ci consegna alcuni progressi positivi:
- il metodo partecipativo che ne ha caratterizzato lo svolgimento;
- il lancio del panel scientifico per la transizione energetica che garantirà un contributo autorevole e raccomandazioni sulle politiche necessarie a livello nazionale per eliminare le fonti fossili e rispettare il limite di 1,5°C;
- l’impegno di continuità, con la convocazione di una seconda conferenza nel 2027 che si terrà a Tuvalo con l’organizzazione di Tuvalu e Irlanda; la costituzione di un coordinamento permanente e l’interazione con i lavori dell’UNFCCC (convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici);
- l’istituzione di tre linee di lavoro: la prima sulla definizione delle road map nazionali per l’uscita dalle fonti fossili, la seconda per sviluppare sistemi commerciali liberi dalle fonti fossili e la terza sulle dipendenze macroeconomiche e l’architettura finanziaria per affrontare i blocchi finanziari alla transizione energetica (debito, fiscalità e sussidi alle fonti fossili).
Si è aperto un processo che deve essere accompagnato e su cui il movimento sindacale deve essere impegnato, all’interno del movimento globale per la giustizia climatica, perché solo la forza e la mobilitazione dal basso possono garantirne la continuità, l’allargamento e l’azione concreta, con effetti positivi per la pace, il clima e il lavoro.
Alla conferenza di Santa Marta, in Colombia, il 26 aprile è stata lanciata ufficialmente anche la Dichiarazione dei Popoli per una transizione rapida, equa e giusta verso un futuro libero dai combustibili fossili. Rappresenta il lavoro collettivo della convergenza di organizzazioni della società civile, comunità in prima linea, popoli indigeni, persone di origine africana, donne, giovani e lavoratori. È un documento eccezionale che mostra la maturità del movimento climatico, sintetizza il lavoro e le rivendicazioni di anni e rappresenta una piattaforma collettiva per le lotte del futuro.
I prossimi passi:
- il contrasto alle false soluzioni, come la CCS, il nucleare, l’idrogeno non verde, i biocombustibili, ecc. che rallentano lo sviluppo di efficienza energetica e produzione energetica da fonti rinnovabili, prolungando il sistema energetico fossile;
- l’adozione di un trattato di non proliferazione delle fonti fossili (c’è già un’iniziativa globale in tal senso sottoscritta da 18 Stati fra cui la Colombia, ma anche da città come Roma, Torino e Firenze) e le pianificazioni nazionali per l’uscita dalle fonti fossili per rispettare il limite di 1.5°C, con priorità di azione per i paesi del nord globale che hanno maggiori responsabilità e maggiori capacità tecnologiche e finanziarie;
- il ritiro dai sistemi “privati” di arbitraggio ISDS (Investor-State dispute settlement) previsti dai maggiori trattati commerciali internazionali, che limitano la libertà degli Stati di adottare politiche pubbliche a tutela dell’ambiente e dei lavoratori per la minaccia di richieste di indennizzi miliardari da parte delle multinazionali per i potenziali mancati profitti, in questa direzione si sta già muovendo la Colombia;
- il rispetto della pronuncia della Corte internazionale di Giustizia del 23 luglio 2025 che sancisce la responsabilità degli Stati per le violazioni illecite degli obblighi internazionali in materia di clima e li vincola a ridurre le proprie emissioni di gas serra e a risarcire chi ne subisce le conseguenze, pena la violazione del diritto internazionale.
La strada per una giusta transizione è ancora lunga ma a Santa Marta abbiamo iniziato a scrivere una storia diversa, in cui si intravedono soluzioni e possibilità per uscire dalle fonti fossili. Ora sta anche a noi incrementare il nostro impegno per rendere concrete queste possibilità garantendo un radicale cambiamento di sistema che metta al centro il bene comune, il benessere collettivo, la piena occupazione e la pace.






