Roma, 8 gennaio - “I dati diffusi oggi da Istat ed Eurostat certificano un tasso di disoccupazione al 5,7%, il livello più basso dall’inizio delle serie storiche. Un numero che il Governo tenta già di trasformare in propaganda, ma che merita invece una lettura onesta e approfondita, senza nascondere le ombre profonde del mercato del lavoro italiano”. Lo afferma, in una nota, la segretaria confederale della Cgil, Maria Grazia Gabrielli.

“La riduzione della disoccupazione, infatti - sottolinea la dirigente sindacale - non coincide con un rafforzamento strutturale dell’occupazione. A novembre si registrano 34 mila occupati in meno rispetto al mese precedente, con un calo che colpisce soprattutto donne, giovani, lavoratori a termine e autonomi. Il tasso di occupazione scende al 62,6%, restando tra i più bassi in Europa”.

Per Gabrielli “il dato più preoccupante è però l’aumento del tasso di inattività, salito al 33,5%: oltre un terzo della popolazione in età da lavoro è fuori dal mercato, spesso non per scelta, ma per assenza di opportunità, servizi e politiche efficaci. È questa la vera anomalia italiana che i ‘record’ sbandierati dal Governo continuano a occultare”.

“Anche la disoccupazione giovanile, pur in calo - aggiunge la segretaria confederale - resta drammaticamente elevata al 18,8%, più del triplo di quella generale, ed è aggravata da sottoccupazione, lavoro povero e sovraistruzione, che spingono migliaia giovani a uscire dal mercato del lavoro o a emigrare. Le donne continuano a pagare il prezzo più alto, con tassi di occupazione più bassi, carriere discontinue e un peso ancora enorme del lavoro di cura non retribuito”.

“Dietro i numeri positivi - prosegue Gabrielli - si conferma inoltre una crescita dell’occupazione segnata da bassi salari, diffusione del part-time involontario, lavoro sommerso e precarietà, mentre l’invecchiamento della popolazione attiva e la crisi demografica pongono interrogativi seri sulla sostenibilità futura del sistema produttivo e sulla crescita del Paese”.

“Il calo della disoccupazione non può diventare un alibi per rinviare politiche industriali, salariali e occupazionali capaci di creare lavoro stabile, di qualità e ben retribuito, rafforzare i servizi pubblici per l’impiego, contrastare l’inattività e ridurre le disuguaglianze territoriali, di genere e generazionali. Continueremo a chiedere - conclude Gabrielli - un cambio di rotta: più contrattazione, più investimenti e più diritti, perché senza qualità del lavoro non esiste alcun record di cui vantarsi”.