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Di seguito riportiamo la memoria redatta in occasione dell’audizione svoltasi martedì 20 gennaio nell'ambito dell'esame dell'Affare assegnato n. 980 (Principali aree di crisi industriale complessa in Italia).
Memoria Audizione 9ª Commissione Senato su Affare assegnato sulle principali aree di crisi industriale complessa (Atto n. 980)
1. Quadro generale
Le Aree di Crisi Industriale Complessa (ACIC) rappresentano territori caratterizzati da processi di deindustrializzazione prolungata, rilevante perdita occupazionale e presenza di uno o più grandi insediamenti industriali in crisi strutturale.
Nonostante l’attivazione, negli ultimi anni, di strumenti di politica industriale, sociale e territoriale, i risultati in termini di riconversione produttiva stabile risultano disomogenei e in larga parte insufficienti.
Le audizioni avviate nel gennaio 2026 presso la 9ª Commissione del Senato confermano la persistenza di criticità strutturali e l’esigenza di un ripensamento complessivo dell’impianto degli interventi
2. Stato della riconversione nelle principali aree
Taranto
Il processo di riconversione è fortemente condizionato dalla crisi dell’ex Ilva. Gli interventi risultano ancora sbilanciati sulla gestione dell’emergenza occupazionale, mentre la diversificazione produttiva procede lentamente. La mancanza di una strategia industriale alternativa chiara e di investimenti coerenti limita l’effettiva transizione del territorio.
Piombino
Permane una forte dipendenza dal comparto siderurgico, con progetti di rilancio che faticano a tradursi in nuova occupazione stabile. La riconversione industriale risulta parziale e non sistemica, con difficoltà di attrazione di nuovi settori produttivi.
Trieste
È una delle aree più avanzate sul piano progettuale, grazie ai recenti avvisi per la riconversione industriale. Tuttavia, i tempi di attuazione e la complessità amministrativa rischiano di rallentare la concreta realizzazione degli investimenti.
Termini Imerese
Nonostante i tavoli tecnici attivi, il rilancio produttivo resta frammentato. La riconversione è ostacolata da discontinuità nei progetti industriali, debolezza del tessuto imprenditoriale locale e difficoltà logistiche.
Sulcis Iglesiente
Il processo di transizione energetica e mineraria è in corso, ma procede con lentezza. La riconversione risente della scarsa integrazione tra politiche industriali, ambientali e del lavoro, con rischio di sostituzione incompleta dei posti di lavoro persi.
Rieti
L’area continua a soffrire una progressiva deindustrializzazione. Gli strumenti attivati non hanno ancora generato un effetto moltiplicatore significativo, anche a causa della dimensione ridotta dei progetti presentati.
Val Vibrata – Valle del Tronto – Piceno
La crisi del sistema moda e meccanico ha prodotto una perdita diffusa di competenze. La riconversione è ostacolata dalla polverizzazione delle imprese e dalla difficoltà di accesso agli incentivi per le PMI.
Campania (Marcianise e altre aree)
La presenza di grandi crisi aziendali non è stata compensata da nuovi insediamenti produttivi. Persistono criticità legate alla legalità, alle infrastrutture e alla capacità amministrativa locale.
Polo di Frosinone
La crisi del comparto chimico-farmaceutico ha effetti sistemici sull’occupazione. La riconversione tecnologica è rallentata dalla mancanza di strumenti specifici per la transizione dei settori ad alta specializzazione.
3. Limiti degli strumenti attualmente in uso
a) Incentivi ex Legge 181/89
• soglia minima di investimento elevata, che esclude molte PMI;
• tempi lunghi di valutazione e attuazione;
• scarsa capacità di attrarre investimenti realmente innovativi;
• limitata integrazione con politiche di filiera e di domanda pubblica.
b) Ammortizzatori sociali
• prevalente funzione di gestione passiva della crisi;
• debole collegamento con percorsi di riqualificazione professionale;
• rischio di prolungare situazioni di sospensione senza reale reinserimento lavorativo.
c) PRRI e Accordi di Programma
• spesso caratterizzati da contenuti generici e non vincolanti;
• assenza di indicatori di risultato misurabili;
• governance multilivello complessa e frammentata.
d) Accordi per l’Innovazione
• strumenti potenzialmente efficaci ma poco accessibili ai territori più fragili;
• difficoltà per le imprese locali a partecipare a progetti di R&S di grandi dimensioni.
4. Proposte di modifica e rafforzamento degli strumenti
1. Evoluzione della Legge 181/89
• introduzione di linee dedicate alle PMI e alle reti d’impresa;
• maggiore premialità per investimenti ad alta intensità occupazionale;
• integrazione con contratti di filiera e strumenti di domanda pubblica (es. appalti verdi, sanità, difesa).
2. Ammortizzatori sociali attivi
• trasformazione della CIGS in strumento condizionato alla formazione certificata;
• raccordo strutturale con ITS, università e poli tecnologici;
• introduzione di meccanismi di “ricollocazione incentivata”.
3. Rafforzamento dei PRRI
• definizione di obiettivi industriali chiari e settoriali;
• monitoraggio annuale con indicatori di occupazione, investimenti e sostenibilità;
• responsabilizzazione dei soggetti attuatori.
4. Governance unitaria
• istituzione di una cabina di regia nazionale permanente sulle ACIC;
• maggiore coordinamento tra MIMIT, Regioni e politiche del lavoro;
• semplificazione delle procedure autorizzative nelle aree interessate.
5. Approccio territoriale integrato
• collegamento tra riconversione industriale, infrastrutture, ambiente e welfare;
• utilizzo mirato delle risorse PNRR e dei fondi strutturali europei;
• valorizzazione delle competenze locali e del capitale umano.
Nota di indirizzo sul rilancio delle Aree di Crisi Industriale Complessa
Il ruolo della politica industriale pubblica e delle partecipate dello Stato nella transizione energetica e produttiva
1. Premessa politica
Le Aree di Crisi Industriale Complessa rappresentano una delle principali fratture economiche, sociali e territoriali del Paese.
A fronte di un impianto normativo consolidato e di risorse pubbliche rilevanti, i risultati in termini di nuova occupazione stabile, qualità del lavoro e riconversione produttiva restano largamente insoddisfacenti.
Per la CGIL, tale insufficienza non è riconducibile esclusivamente a limiti tecnici degli strumenti, ma a una assenza di una chiara assunzione di responsabilità politica dello Stato nel guidare i processi di reindustrializzazione, in particolare nella fase di transizione energetica e ambientale.
2. Un nodo irrisolto: l’assenza di un attore industriale pubblico
L’esperienza delle principali aree di crisi dimostra che:
• gli incentivi di mercato non sono sufficienti ad attrarre investimenti privati in territori segnati da crisi strutturali;
• i tempi della finanza privata non sono compatibili con la gestione di crisi occupazionali di massa;
• la riconversione verso nuovi modelli energetici e produttivi richiede investimenti ad alto rischio iniziale, che il mercato tende a evitare.
In questo quadro, la CGIL ritiene strategico e non più rinviabile il coinvolgimento diretto delle società partecipate pubbliche nazionali e locali come soggetti industriali attivi, e non come meri attori finanziari o regolatori.
3. Le partecipate pubbliche come “apripista” della reindustrializzazione
Per la CGIL, le grandi partecipate pubbliche – in particolare nei settori dell’energia, delle infrastrutture, dell’ambiente e della chimica – devono assumere un ruolo di apripista industriale, svolgendo tre funzioni fondamentali:
a) Avvio dei nuovi cicli produttivi
Le partecipate pubbliche devono:
• realizzare direttamente investimenti produttivi nelle aree di crisi;
• avviare impianti pilota e filiere industriali nei settori strategici;
• creare una domanda iniziale in grado di attrarre successivamente capitali privati.
b) Garanzia occupazionale e qualità del lavoro
Il coinvolgimento pubblico consente di:
• salvaguardare e riutilizzare le competenze industriali esistenti;
• evitare processi di dumping salariale e occupazionale;
• legare la riconversione industriale a contratti stabili, formazione continua e sicurezza sul lavoro.
c) Coerenza con gli obiettivi climatici e ambientali
Le partecipate pubbliche possono orientare gli investimenti verso:
• modelli di sviluppo energetico sostenibile;
• tecnologie coerenti con la transizione ecologica;
• riconversione di siti industriali ad alto impatto ambientale.
4. Transizione energetica come leva di reindustrializzazione
La CGIL sottolinea come la transizione energetica non debba essere affrontata esclusivamente come un tema ambientale, ma come una grande politica industriale nazionale.
Nelle Aree di Crisi Complessa ciò significa promuovere:
• produzione di energia rinnovabile e sistemi di accumulo;
• idrogeno verde e filiere collegate;
• economia circolare, riciclo avanzato e chimica verde;
• riconversione dei siti industriali energivori;
• infrastrutture energetiche intelligenti.
Senza un ruolo diretto dello Stato attraverso le proprie partecipate, questi settori rischiano di svilupparsi altrove, lasciando i territori in crisi in una condizione di marginalità permanente.
5. Limiti dell’attuale impianto e necessità di un cambio di paradigma
L’attuale modello, basato prevalentemente su:
• incentivi a sportello,
• ammortizzatori sociali prorogati,
• accordi di programma non vincolanti,
ha prodotto una gestione amministrata della crisi, ma non una vera riconversione industriale.
Per la CGIL, è necessario superare:
• la logica della neutralità dello Stato;
• l’idea che il mercato, da solo, possa rigenerare territori colpiti da crisi complesse;
• la separazione tra politiche industriali, energetiche e del lavoro.
6. Proposte politiche della CGIL
La CGIL propone che il Parlamento e il Governo assumano i seguenti indirizzi:
1. Vincolare le politiche sulle aree di crisi al coinvolgimento attivo delle partecipate pubbliche nei settori strategici.
2. Riformare la Legge 181/89, prevedendo:
o co-investimenti pubblico–pubblico e pubblico–privato guidati da soggetti statali;
o criteri di selezione basati su occupazione, sostenibilità e filiere.
3. Integrare ammortizzatori e reindustrializzazione, rendendo la tutela del reddito parte di un progetto industriale vincolante.
4. Rafforzare la governance nazionale, con una cabina di regia che includa le parti sociali.
5. Utilizzare la transizione energetica come asse centrale delle strategie di riconversione nelle Aree di Crisi Complessa.
7. Conclusione
Per la CGIL, il rilancio delle Aree di Crisi Industriale Complessa è una sfida politica nazionale, che misura la capacità dello Stato di governare le trasformazioni economiche e sociali in atto.
Senza un ruolo attivo del settore pubblico e delle partecipate statali come motore della nuova industrializzazione, il rischio concreto è che la transizione energetica produca nuove disuguaglianze territoriali, anziché sviluppo, lavoro di qualità e coesione sociale.






