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Dal diritto negato al voto: la lunga strada delle donne italiane verso la cittadinanza
Un decreto del 1945 concede alle maggiorenni (21 anni) il diritto di voto attivo, mentre un decreto del 1946 concede alle donne maggiori di 25 anni il diritto di voto passivo.
Le uniche a essere escluse dal diritto di voto attivo saranno le donne citate nell’articolo 354 del regolamento per l’esecuzione del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza: si trattava delle prostitute schedate che lavoravano al di fuori delle case dove era loro concesso di esercitare la professione.
Scriveva l’Unità il 31 gennaio 1945: “Questo avvenimento [la riunione del Consiglio dei ministri del 30 gennaio 1945 nella quale si discute del suffragio femminile, approvato come qualcosa di ovvio ed inevitabile] è una grande vittoria della democrazia, giacché una forza politica nuova viene immessa nella vita nazionale […] si tratta di una scelta validissima di nuovi dirigenti, i quali, particolarmente per quanto concerne i problemi della vita cittadina, della vita locale, hanno l’enorme vantaggio di conoscere e sentire più direttamente i bisogni più immediati dei singoli e delle famiglie. Una ventata di sano buon senso entrerà sicuramente nella vita politica, e nella vita amministrativa entrerà con le donne un maggior spirito di concretezza”.
Le prime elezioni politiche in Italia
si svolgeranno nel giugno del 1946, quando la popolazione sarà chiamata a votare a favore del referendum istituzionale Monarchia -Repubblica e per eleggere l’Assemblea costituente. Ma in realtà già qualche mese prima, alcune donne erano andate alle urne per le amministrative comunali. In quell’occasione saranno elette le prime donne sindaco della nostra storia.
Le loro foto campeggiano nella Sala delle donne di Montecitorio, dove dal 2016 vengono ricordate attraverso fotografie le donne che hanno fatto parte delle istituzioni repubblicane.
Ci sono i ritratti delle 21 costituenti; delle prime dieci sindache elette nel corso delle elezioni amministrative del ‘46; della prima presidente della Camera; della prima Ministra, Tina Anselmi; della prima Presidente di Regione, Anna Nenna D’Antonio.
Nella sala c’è ancora uno specchio (nel 2016 gli specchi erano tre) per ricordare che in Italia non ci sono mai state donne che hanno avuto il ruolo di presidente della Repubblica. Sotto lo specchio la scritta Potresti essere tu la prima, per rimarcare un’assenza - è detto - per indicare un percorso da compiere, ma anche per ricordare alle donne che vedranno la propria immagine riflessa negli specchi, che potrebbero essere le prime a ricoprire tale carica.
Ma torniamo al voto.
Punto di arrivo di un percorso lungo e tortuoso, il riconoscimento del diritto di voto alle donne in Italia prende le mosse dallo Statuto Albertino (Costituzione adottata dal Regno di Sardegna il 4 marzo 1848 a Torino), che all’articolo 24 recitava: “Tutti i regnicoli, qualunque sia il loro titolo o grado, sono eguali dinanzi alla legge. Tutti godono egualmente i diritti civili e politici, e sono ammissibili alle cariche civili e militari, salve le eccezioni determinate dalle Leggi”.
Una di queste eccezioni riguardava le donne, anche se non in modo esplicito.
Nel 1877, Anna Maria Mozzoni presenta al governo la prima di una lunga serie di petizioni per il voto politico alle donne che sarà bocciata, nello stesso momento le donne che ne hanno i requisiti prescritti dalla legge cominciano ad essere iscritte nelle liste elettorali (nel 1867 il deputato Salvatore Morelli presentava un primo disegno di legge per consentire il voto alle donne dal titolo ‘Abolizione della schiavitù domestica con la reintegrazione giuridica della donna, accordando alla donna i diritti civili e politici’. La proposta, respinta con voto della Camera dei deputati, sarà ripresentata nel 1875).
“Ora - dirà la Mozzoni - questa massa di cittadini che ha diritti e doveri, bisogni ed interessi, censo e capacità, non ha presso il corpo legislativo nessuna legale rappresentanza, sicché l’eco della sua vita non vi penetra che di straforo e vi è ascoltata a malapena.[...] trovandoci noi [donne], perciò, al giorno d’oggi, alla eguale portata intellettuale di una quantità di elettori [uomini] che il legislatore dichiara capaci, stimiamo che nulla costi acché venga a noi pure accordato il voto politico, senza del quale i nostri interessi non sono tutelati ed i nostri bisogni rimangono ignoti”.
Intanto le Corti di appello cominciano a trovarsi nella condizione di dover bocciare il riconoscimento dell’elettorato politico alle donne che alcune Commissioni elettorali provinciali accolgono (la Corte di appello di Ancona presieduta da Lodovico Mortara sarà l’unica ad accogliere nel 1906 la richiesta di inclusione delle donne nelle liste elettorali presentata da nove maestre di Senigallia e da una di Montemarciano. Al terzo e definitivo grado di giudizio la sentenza sarà comunque rovesciata).
Così la Corte di appello di Firenze giustificherà il respingimento della richiesta: “Potrebbe avvenire che una maggioranza di donne venisse a formarsi in Parlamento, che coalizzandosi contro il sesso maschile, obbligasse il Capo dello Stato, scrupoloso osservatore delle buone norme costituzionali, a scegliere nel suo seno i consiglieri della Corona, e dare così al mondo civile il nuovo e bizzarro spettacolo di un governo di donne, con quanto prestigio e utilità del nostro paese è facile ad ognuno immaginarsi”.
Anche Argentina Altobelli prenderà posizione su La Squilla a favore del voto alle donne, da conquistarsi “non per le viottole contorte delle distinzioni e dei privilegi, ma per la gran via maestra del suffragio universale concesso a tutti, senza tener conto del sesso, delle condizioni, e anche agli analfabeti” (nel 1904 era stato costituito il Consiglio delle donne italiane, aderente all’International Council of Women. Il Consiglio organizzerà a Roma, in Campidoglio, nel 1908 il primo Congresso delle donne italiane, inaugurato dalla Regina Elena. L’obiettivo è quello di estendere il diritto di voto delle donne della classi più elevate).
Nel maggio del 1912 durante la discussione del progetto di legge della riforma elettorale, che avrebbe esteso il voto anche agli analfabeti maschi, i deputati Giuseppe Mirabelli, Claudio Treves, Filippo Turati e Sidney Sonnino proporranno un emendamento per concedere il voto anche alle donne. Giolitti vi si opporrà strenuamente, definendolo un salto nel buio. La questione, rimandata all’esame di una apposita commissione, sarà accantonata.
In un’intervista a Le Journal il 14 novembre del 1922, Benito Mussolini dichiarava: “Consentitemi di ammettere che non credo di estendere il diritto di voto alle donne. Sarebbe inutile”. In parte contraddicendo il suo capo, il 22 novembre del 1925 effettivamente il fascismo fa entrare in vigore la legge n. 2125 (nota come “il voto delle signore”) che per la prima volta rende le italiane elettrici in ambito amministrativo.
Ma non votano proprio tutte, tutte le donne…
Il provvedimento recita:
Sono inscritte nelle liste elettorali amministrative le donne che hanno compiuto il 25° anno di età ovvero lo compiono non più tardi del 31 maggio dell’anno in cui ha luogo la revisione delle liste e che si trovino in una delle seguenti condizioni (…)
Insomma non possono votare proprio tutte le donne, e anche quelle alle quali la legge lo avrebbe consentito, di fatto, non voteranno mai.
La legge sul “voto alle signore”, infatti, sarà resa inutile dalla riforma podestarile entrata in vigore pochi mesi dopo e precisamente in data 4 febbraio 1926: ogni elettorato amministrativo locale viene annullato, si sostituisce al sindaco il podestà che, insieme ai consiglieri comunali, non viene eletto dal popolo, ma nominato dal governo.
Il 1º settembre 1939, con l’invasione della Polonia da parte della Germania, ha inizio la Seconda guerra mondiale. Ancora una volta, con gli uomini impegnati al fronte, alle donne viene chiesto di svolgere attività fino a prima della guerra tipicamente maschili.
L’8 settembre comincia la Resistenza al nazifascismo.
Stando ad alcuni calcoli fatti dall’Anpi, furono 35.000 le partigiane combattenti, 20.000 le patriote con funzioni di supporto, 70.000 le donne appartenenti ai Gruppi di difesa per la conquista dei diritti delle donne, 5.000 circa le donne arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti, circa 3000 le deportate in Germania.
Riconquistata la democrazia, il 2 giugno 1946 in Italia si vota per il referendum istituzionale tra Monarchia o Repubblica e per eleggere l’Assemblea costituente.
La prima esperienza politica per le donne italiane fu la partecipazione alla Consulta Nazionale, istituita il 5 aprile 1945. I Consultori - e le consultrici - furono nominati dal governo su indicazione dei partiti.
Il suo scopo era quello di dare pareri sui problemi generali al governo e di esprimersi su questioni di bilancio ed elettorali.
Erano le prove generali della democrazia parlamentare e per le donne ( erano presenti in 13) un vero battesimo politico. Funzionerà fino al 1 giugno 1946.
Il 2 giugno le elezioni.
Le elette donne sono 21 su un totale di 556 deputati: nove del Partito comunista, nove della Democrazia cristiana, due del Partito socialista, una dell’Uomo qualunque.
Così Nilde Iotti ricordava la prima volta delle donne al voto: “Sentivano la gioia di essere finalmente libere, come italiane e come donne, e quella scheda su cui mani incerte o sicure tracciavano una croce, era per loro un simbolo di democrazia, di libertà e di aspirazione finalmente realizzate”.
“Lunghissima attesa davanti ai seggi elettorali - scriveva Anna Garofalo - Sembra di essere tornati alle code per l’acqua e per i generi razionati. Abbiamo tutte nel petto un vuoto da giorni d’esame, ripassiamo mentalmente la lezione: quel simbolo, quel segno, una crocetta accanto al nome. Stringiamo le schede come biglietti d’amore. Si vedono molti sgabelli pieghevoli infilati al braccio di donne timorose di stancarsi e molte tasche gonfie per il pacchetto della colazione. Le conversazioni che nascono tra donne e uomini hanno un tono diverso, alla pari”.
Si vota per il referendum e per eleggere l’Assemblea costituente.
Gli italiani sceglieranno la Repubblica, con 12.718.641 voti contro i 10.718.502 della monarchia. I voti validi saranno in totale 23.437.143; un milione e mezzo saranno le schede bianche o nulle.
Il sistema elettorale scelto per l’elezione della Assemblea Costituente sarà quello proporzionale, con voto diretto, libero e segreto a liste di candidati concorrenti in 32 collegi plurinominali per eleggere 556 deputati (la legge elettorale prevedeva l’elezione di 573 deputati, ma le elezioni non si effettuarono nell’area di Bolzano, Trieste e nella Venezia Giulia, dove non era stata ristabilita la piena sovranità dello Stato italiano. Ad essere esclusi dal voto saranno anche i militari prigionieri di guerra nei campi degli alleati e gli internati in Germania).
In base al risultato delle urne, l’Assemblea risulterà così composta: Dc 35,2%, Psi 20,7%, Pci 20,6%, Unione democratica nazionale 6,5%, Uomo qualunque 5,3%, Pri 4,3%, Blocco nazionale delle libertà 2,5%, Pd’A 1,1%.
Le elette donne - si è detto - sono 21 su un totale di 556 deputati.
Diceva Marisa Rodano in occasione della presentazione del libro Le donne della Costituente per la celebrazione del 60° della Costituzione (Roma, 31 maggio 2007): “La vera novità era che di quell’assemblea facevano parte 21 donne. Anche in questo caso si incontravano generazioni ed esperienze diverse: donne già mature, nate nell’ultimo quindicennio dell’800 e nei primissimi anni del ‘900, che avevano combattuto contro il regime prima della marcia su Roma o che avevano dovuto abbandonare l’impegno politico dopo l’avvento del fascismo, per sostituirlo con la militanza nelle associazioni cattoliche o di beneficenza; donne provenienti dalla Resistenza come Nilde Iotti, Teresa Mattei, Laura Bianchini, Bianca Bianchi, Maria Maddalena Rossi. Alcune erano giovanissime. Teresa Mattei, Nilde Iotti e Angiola Minella avevano poco più di 25 anni; Filomena Delli Castelli e Nadia Spano – che proveniva dalla Tunisia – ne avevano 30. La novità non era soltanto che per la prima volta, in Italia, vi erano donne elette in un consesso parlamentare, ma che quelle donne hanno impresso un segno significativo nella Carta fondamentale che sta alla base dell’ordinamento della Repubblica. Di certo, che vi fossero donne in quell’assemblea era, di per sé, un fatto straordinario; coronava decenni e decenni di lotta dei movimenti femminili e femministi e di iniziative nel Parlamento prima del fascismo. Un diritto che venne riconosciuto in extremis nell’ultimo giorno utile per la composizione delle liste elettorali, alla fine del gennaio ‘45, ma che non fu, come taluno sostiene, una benevola concessione, ma il doveroso riconoscimento del contributo determinante che le donne, con le armi in pugno e soprattutto con una diffusa azione di massa, di sostegno alla Resistenza, avevano dato alla liberazione del Paese”.
Provenienti da tutta la penisola, in maggioranza sposate (16 su 21) e con figli, giovani e dotate di titoli di studio (14 laureate), molte avevano preso parte alla Resistenza, pagando spesso personalmente e a caro prezzo le loro scelte, come Adele Bei, condannata nel 1934 dal Tribunale speciale a 18 anni di carcere per attività antifascista, Teresa Noce, messa in carcere e poi deportata, Rita Montagnana.
La maggior parte di loro lavorava, diverse erano impegnate nel mondo della scuola, la provenienza geografica era varia e rappresentativa di tutta l’Italia, le generazioni spaziavano dalla fine dell’800 alle nate sotto il fascismo.
Delle ventuno elette, la prima per numero di preferenze fu Bianca Bianchi, socialista, professoressa di filosofia, che a Firenze aveva avuto 15.000 voti.
Diceva di lei il «Risorgimento liberale» del 26 giugno 1946: “Vestiva un abito colore vinaccia e i capelli lucenti che la onorevole porta fluenti e sciolti sulle spalle le conferivano un aspetto d’angelo. Vista sull’alto banco della presidenza dove salì con i più giovani colleghi a costituire l’ufficio provvisorio, ingentiliva l’austerità di quegli scanni. Era con lei (oltre all’Andreotti, al Matteotti e al Cicerone) Teresa Mattei, di venticinque anni e mesi due, la più giovane di tutti nella Camera, vestita in blu a pallini bianchi e con un bianco collarino. Più vistose altre colleghe: le comuniste in genere erano in vesti chiare (una in colore tuorlo d’uovo); la qualunquista Della Penna in color saponetta e complicata pettinatura (un rouleau di capelli biondi attorno alla testa); in tailleur di shantung beige la Cingolani Guidi, che era la sola democristiana in chiaro; in blu e pallini rossi la Montagnana; molto elegante, in nero signorile e con bei guanti traforati la Merlin; un’altra in veste marmorizzata su fondo rosa”.
Pur tenendo conto delle istanze dei rispettivi partiti, le costituenti fecero spesso fronte comune sui temi dell’emancipazione femminile per superare i tanti ostacoli che rendevano difficile la partecipazione delle donne alla vita politica e non solo.
L’esempio forse più pregnante di questo lavoro è la formulazione dell’art. 3 della Costituzione.
Si deve infatti alle Costituenti l’introduzione della locuzione “di sesso” nell’elenco delle discriminazioni da superare e sono sempre loro a volere la fondamentale aggiunta “di fatto” alla frase “limitando la libertà e l’uguaglianza dei cittadini”, nel comma sugli ostacoli di ordine economico e sociale da rimuovere per consentire lo “sviluppo della persona umana” e la partecipazione dei lavoratori alla vita del paese (tra gli articoli della Costituzione nei quali è inciso il lavoro delle parlamentari segnaliamo anche gli artt. 29, 30, 31, 37, 48 e 51).
Sebbene la paternità intellettuale del secondo comma dell’art. 3 sia spesso attribuita esclusivamente a Lelio Basso, fu il pressing delle donne a garantire che il primo comma non si limitasse a una dichiarazione di principio.
Fu proprio grazie a un emendamento proposto da Maria Federici e altre colleghe che venne inserita l'esplicita menzione della distinzione "di sesso" tra i divieti di discriminazione. Quella che oggi appare come una tautologia era, nel 1946, una rivoluzione: significava porre fine all'incapacità giuridica della donna che aveva caratterizzato il codice civile precedente.
Delle 21 costituenti, 5 entrano nella famosa “Commissione dei 75”: Maria Federici (Pci), Angela Gotelli (Dc), Nilde Iotti (Pci), Lina Merlin (Psi) e Teresa Noce (Pci).
Una particolare attenzione viene da loro rivolta al tema della famiglia, a partire dall’uguaglianza dei coniugi: ci saranno nel corso dei lavori non pochi scontri con buona parte dei colleghi, i quali sostenevano la necessità di un sistema gerarchico all’interno della famiglia e l’ovvietà che al vertice si trovasse il marito.
Un altro tema fondamentale sarà il lavoro: tutela della maternità, parità dei salari, pari opportunità nell’accesso a tutte professioni saranno i temi maggiormente dibattuti.
“Le consultrici, il 25 luglio 1946, chiesero e ottennero d’estendere il premio della Repubblica, di lire 3000, alle vedove di guerra e alle mogli dei prigionieri: ‘[...] come manifestazione di solidarietà per le durissime condizioni di vita in cui versavano quelle donne con le loro famiglie e che le ponevano fra le più colpite e misere categorie della nazione’. Tutte s’impegnarono per la parità, compresa quella salariale[7], denunciando alla Commissione dei 75 qualsiasi tentativo discriminatorio volto ad escludere le donne dal lavoro extradomestico, come quello che introduceva le parole ‘essenziale funzione familiare’ nell’articolo riguardante la tutela della maternità (legge del 10 maggio 1947)[8] o quello che limitava l’accesso delle donne alle carriere pubbliche”[9].
Particolarmente accesa fu in effetti la discussione relativa all’accesso alla Magistratura, per la quale le donne erano ritenute troppo emotive e sensibili.
La scelta delle costituenti di mettere ai voti un doppio emendamento riuscì a garantire il risultato che le donne volevano raggiungere: bocciato quello della Rossi - Mattei (120 voti su 153) che dichiarava esplicitamente il diritto femminile di accesso a tutti i gradi della Magistratura, passò quello della Federici che sopprimeva la parte limitante dell’articolo in discussione[10].
Narra la leggenda che quando a Montecitorio Teresa Mattei fece il suo discorso sulla parità di accesso in Magistratura per uomini e donne venne apostrofata da un deputato liberale: «Signorina, ma lei lo sa che in certi giorni del mese le donne non ragionano?». E lei: «Ci sono uomini che non ragionano tutti i giorni del mese» (Enrico Molè arrivò in effetti ad affermare che “per i motivi addotti dalla scuola di Charcot, riguardanti il complesso anatomo - fisiologico, la donna non può giudicare”).
Maria Federici, Nilde Iotti, Lina Merlin e Teresa Noce sono sempre presenti alle sedute della Costituente e sono spesso relatrici e correlatrici dei temi all’odg. Afferma Fernanda Contri: “Degne di nota sono le parole pronunciate da Lina Merlin nella seduta del 10 maggio 1947, in relazione alla speciale protezione che la Repubblica deve concedere alla maternità e all’infanzia, recepite poi dall’art. 31. Così come sono da rileggere tutte le osservazioni formulate dalla stessa Merlin e poi da Teresa Noce nel corso della discussione sulle garanzie economico-sociali per l’assistenza alla famiglia del 18 settembre 1946. Diceva la Noce che riteneva giusto non formulare articoli con eccessive specificazioni, ma che occorreva comunque dare precise direttive per la legislazione ‘che dovrà conformarsi alla Carta Costituzionale’”.
Le costituenti sono unite nel voto favorevole all’art. 11, relativo al ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, e anche singolarmente si fanno promotrici di importanti diritti civili (ad esempio Nadia Gallico Spano fu la prima ad affermare la necessità di stabilire l’uguaglianza fra figli nati all’interno e al di fuori del matrimonio e di cancellare la definizione di ‘figli di N. N.’ destinata a questi ultimi).
Il dibattito sugli Articoli 29, 30 e 31 vide un confronto serrato tra l'anima cattolica e quella laico-socialista dell'Assemblea. Le Madri Costituenti agirono qui in modo trasversale. Maria Federici e Nilde Iotti furono fondamentali nel definire la famiglia non più come una struttura gerarchica dominata dalla "potestà maritale", ma come un'unione fondata sull'uguaglianza morale e giuridica dei coniugi.
- Innovazione chiave: L'insistenza sulla protezione dei figli nati fuori dal matrimonio (Art. 30), fu una battaglia guidata con fermezza da chi, come la Iotti, comprendeva la necessità di tutelare il diritto del minore al di sopra della "colpa" dei genitori, rompendo un tabù sociale e religioso profondissimo.
Diritto al lavoro e parità salariale (Articoli 37 e 51)
Uno dei contributi più tecnicamente rilevanti riguarda l'assetto del diritto del lavoro. Teresa Noce fu la principale architetta dell'Articolo 37. La sua visione non era solo protettiva (la tutela della funzione materna), ma emancipatoria:
- Parità di retribuzione: Il principio per cui a parità di lavoro deve corrispondere parità di retribuzione fu inserito per prevenire lo sfruttamento della manodopera femminile come "riserva di valore" a basso costo.
Accesso ai pubblici uffici: L'Articolo 51 deve la sua forza alla battaglia di Maria Maddalena Rossi e Angela Guidi Cingolani. Esse lottarono contro le resistenze di chi voleva escludere le donne dalle carriere di alto livello, come la magistratura (che rimarrà però preclusa alle donne fino alla legge 66 del 1963, a dimostrazione di quanto la visione delle Costituenti fosse in anticipo sui tempi).
Per approfondire il ruolo delle ventuno Madri Costituenti è necessario analizzare la loro attività non solo come blocco unitario, ma come singole intelligenze giuridiche che, spesso in contrasto con i propri colleghi di partito, scelsero la trasversalità di genere per scardinare pregiudizi millenari.
Il loro contributo si concentrò in particolare nella Terza Sottocommissione (Garanzie di libertà e diritti sociali) e all'interno della Commissione dei 75, dove vennero redatte le architetture fondamentali dello Stato.
1. Maria Federici e la "Dignità della Famiglia" (Art. 29)
Maria Federici (DC) fu una delle figure più influenti nella redazione degli articoli riguardanti la famiglia. Il suo obiettivo era elevare la famiglia da nucleo patriarcale a "società naturale" basata sull'uguaglianza.
In un celebre intervento in Aula, la Federici rispose a chi temeva che l'uguaglianza giuridica tra i coniugi avrebbe minato l'unità familiare:
"Non è la supremazia di un sesso sull'altro che garantisce l'unità, ma la mutua stima e la parità dei diritti. Una famiglia in cui la donna è suddita non è una famiglia democratica, è un residuo di un passato che la Costituzione ha il dovere di superare."
Grazie al suo lavoro, l'Articolo 29 sancisce l'uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, un principio che richiederà però altri 27 anni per essere pienamente recepito con la Riforma del Diritto di Famiglia del 1975.
2. Nilde Iotti e il riconoscimento dei figli "illegittimi" (Art. 30)
Nilde Iotti (PCI), all'epoca giovanissima, si distinse per una battaglia di estrema modernità: la tutela dei figli nati fuori dal matrimonio. In un'Italia ancora fortemente legata a una morale cattolica rigida, i figli "naturali" erano cittadini di serie B.
Il suo intervento del 25 marzo 1947 fu una lezione di civiltà:
"Noi chiediamo che sia tolto ogni marchio di infamia ai figli nati fuori dal matrimonio. La colpa dei genitori, se di colpa si vuol parlare, non può ricadere su esseri innocenti. Lo Stato deve farsi carico di tutelare il diritto alla vita e all'educazione di ogni fanciullo, senza distinzioni di nascita."
Il risultato fu il comma 3 dell'Articolo 30, che garantisce ai figli nati fuori dal matrimonio ogni tutela giuridica e sociale compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima.
3. Teresa Noce e il valore sociale del lavoro femminile (Art. 37)
Teresa Noce (PCI), soprannominata "Estella", portò nell'Assemblea l'esperienza della lotta sindacale. Fu lei a insistere affinché la Costituzione non si limitasse a proteggere la donna lavoratrice come "soggetto debole", ma ne riconoscesse l'apporto produttivo paritario.
Durante la discussione sull'Articolo 37, Noce dichiarò:
"Non chiediamo privilegi, chiediamo giustizia. La donna lavoratrice ha le stesse capacità dell'uomo e deve avere gli stessi diritti. Ma la sua funzione materna non è un fatto privato: è un valore sociale che lo Stato deve proteggere se vuole garantire il proprio futuro."
Questa visione portò alla formulazione duale dell'articolo: parità salariale da un lato, e condizioni di lavoro che consentano l'adempimento della "essenziale funzione familiare" dall'altro.
4. La battaglia per la Magistratura: Maria Maddalena Rossi
Uno dei momenti più drammatici fu il dibattito sull'accesso delle donne a tutti i gradi della magistratura. Molti costituenti uomini (anche di alto profilo giuridico come Giovanni Leone) sostenevano che le donne non avessero il "distacco emotivo" necessario per giudicare.
Maria Maddalena Rossi (PCI) replicò con fermezza scientifica, smontando il pregiudizio biologico:
"Si dice che la donna è impulsiva, che non ha equilibrio. Ma la storia e la scienza ci dicono il contrario. Escludere le donne dalla magistratura significa violare il principio di uguaglianza che abbiamo appena scritto nell'Articolo 3. Non potete scrivere 'uguaglianza' sulla porta principale e poi chiuderci la porta del tribunale."
Nonostante la Rossi riuscì a far approvare l'Articolo 51 in termini generali, una disposizione transitoria ne bloccò l'applicazione pratica per anni. Fu però il suo seme a permettere alla Corte Costituzionale di abbattere definitivamente il divieto.
L'eredità metodologica: Il "Trasversalismo"
Il dato scientificamente più rilevante del lavoro delle Madri Costituenti fu il loro metodo. Sebbene appartenessero a partiti in totale conflitto (DC, PCI, PSI), esse crearono un fronte comune femminile. Si riunivano spesso al di fuori delle sessioni ufficiali per concordare emendamenti comuni, consapevoli che solo l'unità avrebbe permesso di vincere le resistenze dei rispettivi colleghi maschi.
Questa "sorellanza politica" ha permesso alla Costituzione italiana di essere, per l'epoca, una delle più avanzate al mondo in materia di diritti delle donne.






