L'affermarsi della gig economy ha rappresentato una delle principali sfide che la CGIL ha dovuto affrontare nella seconda metà degli anni Dieci del XXI secolo. A partire dal 2017, la rapida diffusione delle piattaforme digitali di consegna, trasporto e servizi ha reso evidente l'emergere di un nuovo modello di organizzazione del lavoro, fondato sulla gestione algoritmica delle prestazioni, sull'impiego di lavoratori formalmente autonomi e sulla frammentazione dei rapporti di lavoro. Per la Confederazione, non si trattava soltanto di una trasformazione tecnologica, ma di un cambiamento che rischiava di mettere in discussione principi consolidati del diritto del lavoro e della rappresentanza sindacale.
La CGIL interpretò fin da subito la gig economy come un fenomeno che richiedeva strumenti nuovi, senza rinunciare ai valori storici del sindacato. L'obiettivo non era ostacolare l'innovazione digitale, ma impedire che l'innovazione diventasse il terreno sul quale aggirare tutele, salari e diritti conquistati in decenni di lotte sindacali. In questa prospettiva si inserì il lavoro di elaborazione già avviato con la Carta dei diritti universali del lavoro, presentata nel 2016, che proponeva un sistema di garanzie fondato sulla persona che lavora e non sulla natura giuridica del contratto. Un passaggio significativo fu la partecipazione della Confederazione al confronto che portò, nel 2019, all'approvazione della legge di tutela del lavoro tramite piattaforma digitale, primo intervento normativo nazionale dedicato ai rider. Pur giudicando quella disciplina ancora insufficiente, la CGIL la considera un primo riconoscimento della necessità di sottrarre il lavoro digitale a una condizione di vuoto normativo. Negli anni successivi il sindacato rafforza inoltre il proprio impegno a livello europeo, sostenendo le iniziative della Confederazione Europea dei Sindacati per una direttiva capace di contrastare il falso lavoro autonomo e di garantire maggiore trasparenza nella gestione algoritmica del lavoro.
La risposta della CGIL alla gig economy rappresenta un momento di continuità nella propria tradizione. Come negli anni Settanta il sindacato aveva adattato la propria azione alle trasformazioni della grande industria, così, di fronte al capitalismo delle piattaforme, ha cercato di estendere i principi costituzionali del lavoro a realtà produttive inedite. Più che contrapporsi alla tecnologia, la Confederazione ha rivendicato la necessità di governarla, riaffermando un principio che attraversa tutta la sua storia: ogni innovazione può dirsi realmente progresso soltanto se migliora le condizioni di chi lavora e non se ne riduce i diritti.





