25 ottobre 2014 a Roma centinaia di migliaia di persone sfilano nella capitale con lo slogan "Lavoro, dignità, uguaglianza", chiedendo il ritiro del Jobs Act e una diversa politica economica fondata sugli investimenti, sull'innovazione e sulla creazione di occupazione stabile.
Lo scontro tra la Cgil, guidata da Susanna Camusso, e il Governo di Matteo Renzi sul Jobs Act segna una frattura profonda tra il Partito democratico e la Confederazione. Per la Cgil il Jobs Act rappresenta un punto di svolta nel sistema delle tutele costruito nel corso della storia repubblicana. Non si tratta soltanto di una contestazione di singole norme, ma di un confronto più ampio sul modello di sviluppo, sul ruolo del lavoro nella Costituzione e sul significato stesso dei diritti dei lavoratori nell'Italia del XXI secolo.
Il contesto economico era quello di un Paese ancora profondamente segnato dalla crisi finanziaria del 2008 e dalle politiche di austerità che avevano caratterizzato gli anni precedenti. La disoccupazione aveva raggiunto livelli molto elevati, in particolare tra i giovani, mentre cresceva il numero dei contratti precari e delle forme di lavoro discontinue. Il governo Renzi presenta il Jobs Act come una riforma capace di rilanciare l'occupazione, semplificare il mercato del lavoro e rendere il sistema produttivo più competitivo. L'idea di fondo è che una maggiore flessibilità nei rapporti di lavoro avrebbe favorito nuove assunzioni e attratto investimenti.
La CGIL contesta fin dall'inizio questa impostazione. Il punto più controverso della riforma riguarda il contratto a tutele crescenti e il superamento, per i nuovi assunti, della tutela reintegratoria prevista dall'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori in caso di licenziamento illegittimo. Per la CGIL, quella modifica ha un forte valore simbolico oltre che giuridico. Il Governo va avanti nonostante la mobilitazione del 25 ottobre e dello sciopero generale, proclamato insieme alla Uil, il 12 dicembre. La battaglia contro il Jobs Act non si concluse con l'approvazione della legge.
Negli anni successivi la CGIL prosegue la propria iniziativa promuovendo la raccolta di milioni di firme per la Carta dei diritti universali del lavoro, un progetto di riforma complessiva volto ad aggiornare lo Statuto dei lavoratori estendendo le tutele anche alle nuove forme di occupazione. Fino ad arrivare ai referendum del 2025, quando nonostante il non raggiungimento del quorum, mostra quanto sia sentita dai lavoratori la cancellazione dell’articolo 18.





