Nel gennaio 2011, nei reparti torinesi della Fiat si vota un referendum destinato a pesare su tutto il sistema italiano delle relazioni industriali. L’accordo per Mirafiori promette investimenti e produzione, ma chiede in cambio nuove regole su turni, pause, organizzazione del lavoro e rappresentanza. La scelta viene presentata come un passaggio obbligato per reggere la concorrenza globale. Per molti lavoratori e per la Fiom, invece, il voto nasce sotto la pressione di un’alternativa dura: accettare quelle condizioni o vedere l’investimento andare altrove.

Sergio Marchionne difende la linea della Fiat come una rottura necessaria: il contratto si fa con chi ci sta e si costruisce in fabbrica, intorno alle esigenze dell’impresa. È una prospettiva che riduce il peso dei corpi intermedi, mette in discussione il contratto nazionale e sposta il baricentro dei rapporti di lavoro dentro il perimetro aziendale.

La Cgil di Susanna Camusso contesta quella impostazione. Il punto non è rifiutare il cambiamento, ma impedire che la modernizzazione diventi compressione dei diritti. Il giudizio sull’accordo è negativo e la Confederazione indica il no, mettendo al centro libertà sindacale, rappresentanza e garanzie reali su investimenti e permanenza in Italia. La Fiom di Maurizio Landini va oltre: considera il referendum illegittimo e l’accordo non firmabile.

Quando lo scrutinio si chiude, dopo nove ore, il risultato è più stretto del previsto. I sì vincono con il 54,7 per cento, contro un’affluenza altissima, pari al 94,6 per cento dei circa 5.500 aventi diritto. A spostare l’esito sono soprattutto gli impiegati: durante la notte il no era andato avanti nei reparti di montaggio e lastratura, poi il voto degli uffici ribalta il testa a testa. Rispetto a Pomigliano, dove il sì aveva raggiunto il 63,4 per cento, Marchionne perde consenso proprio tra gli operai.

Per Fiat e per i sindacati firmatari, dalla Fim alla Uil, il voto apre la strada allo stabilimento del futuro. Anche il governo legge il risultato come una svolta nelle grandi fabbriche. Per la Fiom e per la Cgil, invece, quel margine ridotto dimostra che non si può governare la fabbrica senza il consenso dei lavoratori. Dopo il referendum del 1995 sullo Statuto dei lavoratori, le rappresentanze sindacali aziendali spettano ai sindacati firmatari dei contratti applicati nell’unità produttiva: chi non firma rischia di essere escluso, come già successo dopo il referendum di Pomigliano del 2010. La Fiom fa ricorso per entrambi gli stabilimenti, Pomigliano e Mirafiori, e nel 2011 il giudice del lavoro di Torino respinge il ricorso Fiom contro il primo, ma riconosce alla Fiat una condotta antisindacale per via dell’estromissione di fatto dalla sede torinese compiuta nei confronti della Fiom. A settembre Marchionne comunica l’uscita da Confindustria dal primo gennaio 2012.

Mirafiori diventa così uno spartiacque: da una parte l’industria che invoca flessibilità, dall’altra il sindacato che difende contratto nazionale, rappresentanza e voce dei lavoratori.