È il luglio del 1993 quando a Palazzo Chigi si chiude una trattativa che arriva al termine di uno dei periodi più difficili della storia repubblicana. L’Italia sta ancora facendo i conti con le conseguenze della crisi finanziaria, con un debito pubblico fuori controllo e con le ferite aperte di Tangentopoli. Sullo sfondo c’è l’Europa di Maastricht, che ha fissato i parametri necessari per entrare nell’unione monetaria. Per il Paese diventa indispensabile trovare una strada che permetta di contenere l’inflazione, rilanciare l’occupazione e rimettere in ordine i conti pubblici.

Il terreno su cui si gioca questa partita è quello delle relazioni industriali. Negli anni precedenti il confronto tra governo, imprese e sindacati era stato attraversato da grandi tensioni. La fine della scala mobile, sancita dall’accordo del 31 luglio 1992, aveva chiuso una stagione e aperto interrogativi sul futuro dei salari e della contrattazione. Da quella cesura prende forma un percorso che porta, il 23 luglio 1993, alla firma di un protocollo destinato a segnare un’intera epoca.

L’accordo introduce per la prima volta un quadro organico di regole condivise. Al centro c’è la politica dei redditi, un sistema che lega l’andamento delle retribuzioni agli obiettivi generali di politica economica. L’obiettivo è evitare che salari, prezzi e inflazione si alimentino a vicenda, costruendo invece un percorso comune capace di sostenere crescita e occupazione. Nasce così un modello fondato sulla concertazione. Governo e parti sociali si confrontano periodicamente sugli obiettivi economici del Paese, mentre la contrattazione viene riorganizzata su due livelli: quello nazionale, chiamato a garantire diritti e tutele comuni, e quello aziendale o territoriale, destinato a valorizzare produttività, qualità e risultati specifici.

Dentro questo nuovo assetto trova spazio anche una delle innovazioni più significative del sindacalismo italiano: il riconoscimento delle Rappresentanze sindacali unitarie, le RSU. Introdotte con un'intesa interconfederale nel 1991 e definite dal Protocollo del 1993, sostituiscono progressivamente i Consigli di fabbrica e diventano il nuovo organismo di rappresentanza eletto direttamente da tutte le lavoratrici e i lavoratori, iscritti e non iscritti al sindacato. Nelle aziende con più di quindici dipendenti le RSU assumono il ruolo di interlocutore della contrattazione aziendale, rafforzando la partecipazione democratica nei luoghi di lavoro e rendendo più diretto il rapporto tra rappresentanti e rappresentati.

Il Protocollo del 1993 non riguarda soltanto gli stipendi. Dentro quell’intesa trovano spazio politiche per il lavoro, misure di sostegno al sistema produttivo, regole sulla rappresentanza e strumenti per rendere più stabile il confronto tra le parti.