Nel 1990 Modena stava cambiando volto. Nelle fabbriche, nei magazzini, nei cantieri e nelle campagne aumentava la presenza di lavoratori arrivati da altri Paesi. Erano gli anni in cui l’immigrazione cominciava a diventare un fenomeno strutturale e non più episodico, ma strumenti e tutele erano ancora insufficienti. In quel contesto la Cgil intuì che non bastava assistere i

al cambiamento, ma occorreva accompagnarlo e governarlo.

Da questa consapevolezza nacque, alla fine degli anni Ottanta, il Centro Lavoratori Stranieri della Cgil di Modena. L’obiettivo era semplice e ambizioso insieme: offrire un punto di riferimento a chi arrivava in città per lavorare, aiutandolo a orientarsi tra diritti, doveri, pratiche amministrative e condizioni di lavoro spesso difficili.

La scelta si inseriva in una stagione in cui Modena rappresentava un laboratorio avanzato sul terreno dell’accoglienza e dell’inclusione. Negli anni successivi la città avrebbe sviluppato politiche considerate all’avanguardia a livello nazionale, grazie anche alla collaborazione tra sindacato, istituzioni e associazionismo. Il Centro Lavoratori Stranieri divenne uno dei luoghi in cui questa rete prese forma concreta. L’attività non si limitava alla consulenza. Molte delle vertenze sindacali di quegli anni riguardavano infatti lavoratori immigrati impiegati nei settori più esposti allo sfruttamento. Emblematica fu la vicenda della cooperativa di facchinaggio Savignanese-Spilambertese, dove italiani e stranieri lavoravano in condizioni pesanti. Quando la mobilitazione sindacale mise in discussione quel sistema, emerse anche il problema dell’alloggio per molti lavoratori coinvolti. In quella circostanza la collaborazione con enti del territorio consentì di garantire accoglienza e sostegno a chi rischiava di trovarsi senza un tetto.

L’esperienza del Centro Lavoratori Stranieri contribuì a diffondere un’idea precisa: l’integrazione non può essere separata dal lavoro e dalla piena cittadinanza sociale. “Accoglienza” significava costruire relazioni fondate su diritti e responsabilità condivise, evitando ogni forma di marginalizzazione.

A distanza di oltre trent’anni, mentre il dibattito sull’immigrazione continua ad attraversare il Paese, quell’esperienza conserva una forte attualità. Racconta una stagione in cui il sindacato scelse di misurarsi con una trasformazione profonda della società, riconoscendo nei lavoratori stranieri una componente importante del mondo del lavoro e della comunità.