Nel luglio del 1962 Torino è una città in ebollizione. Davanti ai cancelli delle fabbriche, nei reparti e nelle officine, si accumulano tensioni per i nuovi ritmi produttivi, i salari compressi e l’arrivo di migliaia di lavoratori dal Sud.
Lo sciopero dei metalmeccanici, proclamato per il 7 luglio da Fiom e Fim, nasce dentro questo clima. Due giorni prima però la firma di un accordo separato tra Uil, Sida e Fiat rompe il fronte sindacale. È una notizia che si diffonde velocemente tra gli stabilimenti e che viene vissuta come una frattura netta, quasi un tradimento. La mattina del 7 luglio i picchetti fermano la produzione in gran parte delle fabbriche torinesi. Nel pomeriggio il conflitto si sposta in città. Piazza Statuto diventa il punto di convergenza. In poche ore centinaia, poi migliaia di operai circondano la sede della Uil. La protesta cresce, sfugge a ogni tentativo di mediazione. Le cariche della polizia, i lacrimogeni, le jeep lanciate nella folla si alternano alla resistenza dei manifestanti, che divelgono le pietre della piazza e improvvisano barricate. Gli scontri proseguono fino a notte inoltrata.
L’8 luglio la tensione sembra attenuarsi, ma è solo una pausa. Il giorno successivo la piazza si riempie di nuovo e gli scontri riprendono, estendendosi anche alle vie vicine. Solo nella notte tra il 9 e il 10 luglio le forze dell’ordine riescono a riprendere il controllo. Il bilancio è di oltre mille fermati, decine di arresti e centinaia di feriti. Poche settimane dopo arriveranno anche i licenziamenti, che colpiscono decine di operai coinvolti nelle proteste.
Ma il significato di quei giorni va oltre la cronaca. In piazza non ci sono solo i lavoratori più organizzati, ma soprattutto giovani operai, molti dei quali immigrati meridionali, che vivono direttamente le condizioni più dure della fabbrica. È una composizione nuova, che porta con sé forme di conflitto diverse, meno mediate, più immediate.
Di fronte a questa esplosione, il gruppo dirigente sindacale e politico fatica a comprendere fino in fondo ciò che sta accadendo. Le parole usate per descrivere i manifestanti restituiscono una distanza, quasi un’incomprensione rispetto a una protesta che non rientra nei canali tradizionali della rappresentanza.
Piazza Statuto segna così un passaggio. Non è solo uno scontro urbano, ma l’emergere di una nuova soggettività operaia, destinata a diventare protagonista negli anni successivi.





