È il 1950. Dopo le scissioni che dal 1948 avevano diviso la Cgil e dato vita a Cisl e Uil, il movimento dei lavoratori si trova a operare in un contesto politico ed economico profondamente mutato. L’Italia è ormai pienamente inserita nel clima della Guerra fredda e il modello di sviluppo che prende forma nel Paese si fonda su un’economia aperta ai mercati internazionali, su politiche di bilancio rigorose e su costi del lavoro molto contenuti.

All’inizio degli anni Cinquanta la ricostruzione industriale procede rapidamente, sostenuta anche dagli aiuti del Piano Marshall e dalla domanda internazionale. La produzione cresce e la produttività aumenta, ma questi progressi non si traducono subito in un miglioramento delle condizioni dei lavoratori. La disoccupazione è elevata e i salari rimangono bassi. Solo nella seconda metà del decennio l’occupazione comincia ad aumentare, accompagnata da una forte migrazione interna verso i grandi poli industriali del Nord.

In questo scenario anche le relazioni industriali iniziano lentamente a cambiare. I contratti nazionali di categoria diventano il punto di riferimento della disciplina del lavoro, mentre si sviluppa progressivamente un secondo livello di negoziazione nelle imprese. Sul finire degli anni Cinquanta la contrattazione aziendale viene riconosciuta e inserita in un sistema articolato: ai contratti nazionali spetta fissare le regole generali, mentre nelle aziende si negoziano materie specifiche legate all’organizzazione del lavoro e alla produttività.

Per la Cgil questi anni sono segnati da una condizione di forte difficoltà. L’organizzazione è isolata sul piano politico e spesso esclusa dai tavoli contrattuali. La strategia della Confederazione, guidata da Giuseppe Di Vittorio, resta inizialmente centrata su grandi mobilitazioni generali e sulla battaglia contro la disoccupazione, come dimostra il Piano del lavoro presentato nel 1950. Quel progetto proponeva un vasto programma di investimenti pubblici, nazionalizzazione dell’energia elettrica, interventi nel Mezzogiorno e un grande piano di edilizia popolare.

Il Piano non fu accolto dal governo, ma rappresentò il primo tentativo di indicare una prospettiva complessiva di sviluppo economico e occupazione. La svolta per la Cgil maturò nella seconda metà del decennio. La sconfitta della Fiom alle elezioni delle commissioni interne alla Fiat nel 1955 mostrò il distacco tra la linea confederale e i cambiamenti in atto nelle fabbriche. Nei congressi successivi l’organizzazione avviò una profonda riflessione e iniziò a rivedere la propria strategia, riconoscendo il ruolo della contrattazione articolata e riportando la fabbrica al centro dell’azione sindacale.