È il 1949. L’Italia è ancora segnata da disoccupazione diffusa, salari molto bassi e da un sistema produttivo fragile. La Cgil, guidata da Giuseppe Di Vittorio, prova a uscire dall’isolamento politico e sociale del dopoguerra con una proposta ambiziosa: il Piano del lavoro. Il progetto viene presentato al congresso confederale di Genova nell’ottobre di quell’anno e approfondito quello successivo in una conferenza nazionale. Il Piano nasce con l’obiettivo di affrontare insieme due problemi storici della società italiana: la disoccupazione e il ritardo dello sviluppo economico. L’idea è costruire un grande programma nazionale capace di creare lavoro e modernizzare il Paese. Non si tratta di un progetto di trasformazione socialista dell’economia, ma di una proposta pensata per intervenire nelle condizioni esistenti, utilizzando le potenzialità di crescita del sistema produttivo.

Il cuore della proposta è un vasto programma di opere pubbliche e investimenti: edilizia popolare, bonifiche e trasformazioni agrarie, infrastrutture e sviluppo della produzione energetica. Tra i punti centrali compare anche la nazionalizzazione dell’energia elettrica, ritenuta indispensabile per sostenere la crescita industriale.

Nella visione della Cgil più occupazione significa anche un rafforzamento del mercato interno: più lavoro e salari più dignitosi possono stimolare investimenti e sviluppo. Il Piano prova inoltre a superare una frattura che attraversa il mondo del lavoro, quella tra occupati e disoccupati, unificando le rivendicazioni salariali con la lotta contro la disoccupazione.

Attorno alla proposta nascono comitati per l’occupazione, per la terra e per lo sviluppo industriale, mentre in diversi territori si sperimentano forme di lotta innovative come gli scioperi a rovescio, con lavoratori e disoccupati che avviano direttamente lavori utili alla collettività per denunciare l’assenza di investimenti.

Mentre la mobilitazione è ancora in corso, Di Vittorio rilancia nel congresso del 1952 l’idea di uno Statuto dei diritti dei lavoratori che estenda i principi della Costituzione dentro le fabbriche.

Il Piano del lavoro non diventò politica economica nazionale, ma lasciò un segno profondo nella storia del sindacato: una proposta di sviluppo fondata su occupazione, diritti e partecipazione sociale.