È il 1948 quando l’unità sindacale costruita durante la Resistenza comincia a incrinarsi. Nel clima sempre più teso della Guerra fredda, le divisioni politiche che attraversano il Paese entrano anche nel movimento dei lavoratori. Nella Cgil, nata nel 1944 con il Patto di Roma come organizzazione unitaria delle principali correnti del sindacalismo italiano, si prepara una scissione.

Il processo di divisione si sviluppa tra l’estate del 1948 e la primavera del 1950. La prima componente a lasciare la Confederazione è quella cattolica che, nell’ottobre del 1948, dà vita alla Libera Cgil guidata da Giulio Pastore. Nel giugno del 1949 anche le correnti dei socialdemocratici e dei repubblicani si separano, fondando la Federazione Italiana dei Lavoratori. Il percorso si conclude nel 1950 con la nascita delle nuove confederazioni sindacali: la UIL il 5 marzo e la CISL il primo maggio.

Per il sindacato italiano si apre una delle fasi più difficili del dopoguerra, tra divisioni ideologiche, conflitto sociale e un clima politico segnato da forti tensioni. In quegli anni la repressione delle mobilitazioni operaie e contadine è spesso violenta. La “Celere”, il corpo di polizia potenziato dal ministro dell’Interno Mario Scelba, interviene duramente durante scioperi e manifestazioni. Decine di lavoratori perdono la vita. L’episodio più noto è quello di Modena, dove il 9 gennaio 1950 la polizia uccide sei operai davanti ai cancelli delle Fonderie Riunite. Altri scontri si registrano nei piccoli centri del Mezzogiorno, tra Sicilia, Puglia e Basilicata, in località come Melissa, Montescaglioso, Torremaggiore e Celano.

Di fronte a questo isolamento politico e sociale, la Cgil tenta di rilanciare la propria iniziativa con una proposta di ampio respiro. Al secondo congresso confederale di Genova, nel 1949, viene presentato il Piano del lavoro, un progetto che punta a contrastare la disoccupazione attraverso grandi investimenti pubblici, opere infrastrutturali, interventi in edilizia e agricoltura e la nazionalizzazione dell’energia elettrica.

Il clima politico del centrismo democristiano resta però poco favorevole alle proposte della Confederazione. Lo dimostrano lo scontro del 1953 sulla nuova legge elettorale maggioritaria e la vertenza del 1954 sul conglobamento salariale, conclusa con un accordo separato senza la Cgil.

La fase più difficile arriva nel 1955, quando la FIOM viene sconfitta nelle elezioni per le Commissioni interne alla Fiat. Dopo quella battuta d’arresto Giuseppe Di Vittorio pronuncia una dura autocritica davanti al direttivo confederale. Da quel momento la Cgil avvia un percorso di rinnovamento destinato a cambiare profondamente la sua strategia rivendicativa negli anni successivi.