1941. Una donna sta partorendo. Per starle vicino, suo padre si nasconde tra i vicoli di Parigi, cercando di evitare le pattuglie tedesche. E’ Bruno Buozzi, sindacalista, e fu un padre disposto a tutto solo per la figlia: tra i fondatori della Cgdl unitaria, venne arrestato il primo marzo, su richiesta del regime fascista. Cominciano così gli anni del confino e della lotta di resistenza, che continuarono fino al giorno della sua morte.
Bruno Buozzi nacque nel 1881 a Pontelagoscuro, in Emilia Romagna. Arrivò al sindacato dopo anni di lavoro nelle officine, prima come aggiustatore, poi come operaio specializzato. A Milano si iscrisse nel 1905 al Partito socialista e alla Fiom, diventandone il segretario generale dal 1911 al 1926. Dal 1912 entrò anche nel gruppo dirigente della Confederazione generale del lavoro: erano anni in cui la federazione cresceva e si strutturava tra scioperi e trattative difficili, ma Buozzi riuscì a imprimere nella Cgdl un’impostazione che privilegiava l’organizzazione, la contrattazione e la conquista graduale di risultati misurabili.
Nel 1913, dopo tre mesi di sciopero, la Fiom ottenne un accordo che valse come contratto collettivo e riuscì a ridurre l’orario settimanale. Nel dopoguerra, con il Biennio rosso, il sindacato metalmeccanico fu al centro delle tensioni: Buozzi promosse e guidò la mobilitazione che nel settembre 1920 sfociò nell’occupazione delle fabbriche, quando centinaia di migliaia di operai difesero compatti i propri diritti da dentro gli stabilimenti. Con l’avanzata del fascismo la repressione però si strinse. Nel 1925 Buozzi era ancora alla guida degli ultimi grandi scioperi metallurgici e, a dicembre, assunse la segreteria generale della Cgdl, ormai nel mirino del regime. L’anno dopo fu costretto all’esilio: a Parigi ricostituì la Confederazione in clandestinità, tutelò i lavoratori emigrati e tenne in vita una rete di contatti che permisero di far circolare la stampa sindacale anche in Italia.
Dopo l’arresto del 1941 e la liberazione il 25 luglio 1943, lavorò alla ricostruzione di un sindacato libero, ottenendo il 2 settembre 1943 il patto Buozzi-Mazzini, riuscendo a far rientrare in campo le commissioni interne e la rappresentanza nei luoghi di lavoro. Durante l’occupazione tedesca di Roma visse in clandestinità e contribuì al percorso che portò al Patto di Roma e alla rinascita del sindacato unitario.
Nel 1944, un autocarro tedesco lasciò Roma alla Vigilia della sua Liberazione, diretto verso il nord ancora occupato. Attraversava le strade dissestate dalla guerra con la pancia piena di prigionieri: tra loro c’è Bruno Buozzi. Insieme ad altri tredici prigionieri verrà ucciso lì, in località La Storta, ma il suo omicidio guiderà il movimento per tutti gli anni a venire.





