Gennaio 1927. In una Milano ormai silenziosa, sorvegliata, il comitato direttivo della Confederazione generale del lavoro si riunisce per l’ultima volta. La decisione è drammatica: cessare ogni attività. Dopo anni di violenze, leggi speciali e isolamento politico, il sindacato che aveva rappresentato milioni di lavoratori viene spinto fuori dalla legalità.

Solo pochi anni prima la situazione era diversa. All’indomani della marcia su Roma, la Cgdl, pur colpita dal crollo degli iscritti, passati da due milioni a duecentomila nel biennio nero, mantiene un atteggiamento prudente. Tra Mussolini e il segretario Ludovico D’Aragona si apre un dialogo e una parte dei dirigenti ipotizza persino una partecipazione al governo. Un’ipotesi che suscita tensioni nella sinistra e diffidenze negli ambienti fascisti, mentre nelle fabbriche e nelle campagne le squadre continuano a colpire Camere del lavoro e cooperative.

Dopo il fallimento dello sciopero legalitario del 1922.

Anche il sesto congresso confederale, celebrato a Milano nel dicembre 1924, si svolge in un clima di incertezza: si analizzano le responsabilità della crisi dello Stato liberale, ma manca una lettura lucida del fascismo ormai consolidato.

Intanto la guida passa a Bruno Buozzi, sindacalista riformista e dichiaratamente antifascista. Tra il 1924 e il 1925, sull’onda dell’indignazione per l’assassinio di Matteotti, il movimento operaio conosce un’ultima stagione di conflitto. È una fiammata che convince definitivamente il mondo industriale a sostenere il regime in funzione antioperaia. Dal patto di Palazzo Vidoni alla legge Rocco del 1926, il pluralismo sindacale viene cancellato: riconosciuto solo il sindacato fascista, le Commissioni interne vengono abolite, lo sciopero vietato.

Dopo l’attentato a Mussolini a Bologna, la repressione si fa totale. Buozzi ripara all’estero per evitare l’arresto. Il 4 gennaio 1927 la Cgdl decide di sciogliersi, ma dall’esilio parigino Buozzi tenta di ricostituirla in collegamento con l’Internazionale di Amsterdam. Poche settimane dopo, in Italia, la corrente comunista avvia la rifondazione clandestina, aderendo all’Internazionale Sindacale Rossa di Mosca.

Il sindacato libero viene messo fuori legge, ma non scompare. Dal 1927 inizia una nuova stagione, fatta di esilio e clandestinità, che tiene accesa l’idea di un’organizzazione autonoma dei lavoratori in un Paese ormai trasformato in Stato totalitario.