Nel gennaio del 1921 Livorno fu teatro di una svolta decisiva ed epocale per il movimento operaio italiano. Qui infatti, si svolsero, quasi in parallelo, due congressi che misero in evidenza scelte profondamente diverse: da un lato la scissione sul piano politico, dall’altro la decisione del sindacato di restare unito, nonostante tensioni e divisioni interne.

Al XVII congresso del Partito Socialista Italiano, aperto il 15 gennaio, il confronto interno giunse al punto di rottura. Al centro dello scontro vi fu il rapporto con l’Internazionale comunista, che chiedeva ai partiti socialisti europei di accettare una disciplina rigida e di rompere con le correnti riformiste. La maggioranza del PSI respinse quelle condizioni. La corrente comunista, guidata da Amadeo Bordiga e sostenuta dal gruppo torinese di Ordine Nuovo animato da Antonio Gramsci, abbandonò l’assemblea. Il 21 gennaio nacque il Partito Comunista d’Italia: la scissione del socialismo italiano si compì sul piano politico.

Negli stessi giorni, sempre a Livorno, si riunì il congresso della Confederazione Generale del Lavoro. Il clima fu segnato dalle grandi mobilitazioni del primo dopoguerra, dalle aspettative nate con i Consigli di fabbrica e dalle delusioni seguite all’occupazione delle fabbriche. Intanto la crisi della riconversione industriale aprì una fase nuova, fatta di licenziamenti e disoccupazione. Anche nel sindacato le divisioni furono evidenti, ma l’esito fu diverso.

La minoranza comunista non forzò la rottura e la CGdL rimase unitaria. La scissione fu evitata riconoscendo formalmente il ruolo della nuova minoranza, mentre il confronto politico si spostò progressivamente fuori dal sindacato e si concentrò nel partito appena nato. All’interno della CGdL non maturò un bilancio critico sui limiti dell’esperienza dei Consigli di fabbrica e il dibattito perse forza propositiva, ma l’unità confederale fu preservata.

Dal 1921 si aprì una fase di regressione per il movimento operaio. La scissione politica ridusse la capacità di iniziativa complessiva dei lavoratori; la CGdL, pur restando unita, adottò una linea difensiva e assunse un ruolo di equilibrio nel sistema liberale dell’epoca. A Livorno, mentre la politica si divise, il sindacato scelse di non spezzarsi, segnando una differenza destinata a pesare in modo importante negli sviluppi successivi.