E’ il 1920, nella grande stagione di conflitti del primo dopoguerra, nelle fabbriche italiane prese forza una nuova forma di rappresentanza: i Consigli di fabbrica, che già avevano iniziato a essere un fattore nel 1919. Questi organismi erano eletti direttamente dai lavoratori, con rappresentanti per reparto, e si proponevano come strumento di controllo operaio sulla produzione e base di un possibile potere proletario. Il laboratorio più avanzato fu Torino, cuore dell’industria metalmeccanica. Figure come Antonio Gramsci e gruppi come L’Ordine Nuovo videro nei consigli il nucleo di una trasformazione sociale profondamente democratica. In altre parole, i consigli non erano solo comitati di lotta sindacale, ma tentativi di autogoverno dei lavoratori dentro le fabbriche, e speranza di un salto politico oltre le forme di organizzazione tradizionali.

Il Paese era uscito dalla guerra segnato da inflazione, crisi produttiva e forti tensioni sociali. In questo quadro, i Consigli apparvero innovativi perché mettevano in discussione i meccanismi della fabbrica e rivendicavano un ruolo nelle decisioni su orari e condizioni di lavoro. Proprio per questo la CGdL li osservò con crescente preoccupazione: temeva che organismi eletti anche da non iscritti potessero scavalcare la mediazione sindacale.

Fu in questo clima che a Torino, tra marzo e aprile 1920, esplose lo “sciopero delle lancette”. L’innesco fu l’introduzione dell’ora legale, che spostò in avanti gli orologi e modificò l’avvio dei turni: una misura vissuta come un aggravio, in una quotidianità già segnata da fatica e salari erosi dall’aumento dei prezzi. La protesta si allargò rapidamente: migliaia di operai incrociarono le braccia e, per giorni, una parte significativa dell’industria torinese rallentò o si fermò.

La vertenza, nata da una questione concreta, divenne subito una prova di forza sul riconoscimento delle rappresentanze interne e sul ruolo dei Consigli all’interno della fabbrica. Questi organismi guidarono la mobilitazione, ma la CGdL, insieme al PSI, scelse una linea di contenimento: il Consiglio nazionale confederale, sotto la guida di Ludovico D’Aragona, evitò l’estensione dello sciopero a livello nazionale e puntò a ricondurre lo scontro in un quadro negoziale. Il governo cercò di mediare la crisi, spingendo verso accordi che migliorassero condizioni materiali ma non riconoscessero politicamente i consigli di fabbrica come istituzioni di potere. Questo fu l’effetto di quello che in Italia viene spesso ricordato come lodo Giolitti. La conseguenza fu che gli operai accettarono il compromesso e sgomberarono le fabbriche,

Lo sciopero delle lancette restò un passaggio decisivo perché anticipò i nodi che sarebbero esplosi pochi mesi dopo con le occupazioni delle fabbriche del settembre 1920: il punto più alto di quella stagione e, insieme, l’inizio della sua chiusura.