Nel 1919 le campagne italiane diventano uno dei principali campi di battaglia del conflitto sociale.

È l’apice del Biennio Rosso. E al centro di quelle lotte ci sono i braccianti agricoli, i lavoratori più poveri, ma anche i più organizzati. Alla fine della guerra l’Italia era stremata. I prezzi crescono, il lavoro manca, i salari non bastano più a vivere. Nelle campagne, per milioni di braccianti, la pace non porta sollievo: il lavoro è incerto, il potere dei grandi proprietari resta intatto, il caporalato continua a decidere chi lavora e chi no.

È qui che entrò in gioco la CGdL, e soprattutto la sua organizzazione agricola: la Federterra, una delle organizzazioni sindacali più potenti d’Europa, che già prima della guerra aveva costruito una rete capillare di leghe bracciantili, cooperative, Camere del lavoro. Nel 1919–1920 quella rete si riattiva e cresce rapidamente: centinaia di migliaia di lavoratori tornarono a organizzarsi. Nel 1920 le rivendicazioni erano chiare e radicali: salari più alti, giornate di lavoro garantite, contratti collettivi, ma soprattutto il controllo sindacale del collocamento.

Non più il padrone, non più il caporale: deve essere la lega a decidere l’assunzione. In breve tempo gli scioperi agricoli si estendono in tutta la pianura padana, in Toscana, nel Lazio, nel Mezzogiorno. In molte zone la Federterra riesce a imporre i contratti: le leghe organizzano il lavoro, regolano i turni, difendono chi sciopera.

Per la prima volta i braccianti sperimentano un potere collettivo reale. Ma proprio queste conquiste fanno scattare la reazione dei grandi proprietari che parlano apertamente di “sovversione” e tra loro cresce la convinzione che solo la forza possa spezzare quel potere sindacale. Dal 1921 in poi, le leghe della Federterra diventarono uno dei primi bersagli dello squadrismo fascista. Case del lavoro incendiate, dirigenti perseguitati, cooperative distrutte. La violenza colpisce prima di tutto il cuore dell’organizzazione sindacale agricola. In pochi anni, le conquiste del 1920 vengono cancellate. Ma quella esperienza non scompare, le lotte del 1920 restano una delle prove più alte della capacità del sindacato di organizzare anche i lavoratori più deboli. Un patrimonio di memoria e di pratica che tornerà centrale dopo il 1945, nella ricostruzione democratica e sindacale del Paese.