1918, mentre il Piave assisteva inerme al massacro di centinaia di migliaia di uomini e la Prima guerra mondiale volgeva al termine, la Confederazione Generale del Lavoro elabora un importante programma di riforme che rappresenta il tentativo più organico del movimento sindacale italiano di incidere sulla ricostruzione politica, economica e sociale del Paese.
Il documento nasceva in un clima segnato da forti tensioni sociali, dall’influenza della Rivoluzione russa e dall’aspettativa diffusa di profondi cambiamenti dopo i sacrifici del conflitto. Sosteneva la necessità di una profonda riforma dello Stato e vedeva nell’Assemblea Costituente lo strumento per realizzarla in modo democratico e pacifico.
L’obiettivo era superare l’assetto liberale e monarchico, per costruire un ordinamento più rappresentativo, capace di garantire diritti politici e sociali ai lavoratori. Inoltre, tra i punti centrali della proposta sindacale figuravano: l’introduzione della giornata lavorativa di otto ore, il riconoscimento dei diritti sindacali, l’estensione delle assicurazioni sociali contro malattia, infortuni, disoccupazione e vecchiaia, una riforma fiscale progressiva, il controllo pubblico dei settori strategici dell’economia e una più equa distribuzione della ricchezza.
Grande attenzione era riservata anche alla democratizzazione dello Stato, con richieste di suffragio più ampio, autonomia degli enti locali e maggiore partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese. Elemento chiave del progetto era la cosiddetta “commissionissima”, un grande organismo misto composto da rappresentanti dei lavoratori, degli imprenditori e dello Stato.
La CGdL immaginava questa commissione come sede permanente di confronto per governare la transizione dal tempo di guerra alla pace, affrontando problemi cruciali come la riconversione industriale, il reinserimento dei reduci, la disoccupazione e il carovita. Tuttavia, il progetto incontrò forti resistenze. Gli ambienti industriali e governativi guardarono con sospetto a un organismo che sembrava mettere in discussione la tradizionale separazione tra potere politico e interessi economici.
Anche all’interno della sinistra emersero divisioni: mentre la CGdL e la componente riformista del Partito Socialista puntavano a un cambiamento graduale attraverso le istituzioni, le correnti massimaliste giudicavano il programma insufficiente e vedevano nella collaborazione con lo Stato un pericoloso compromesso. Su questa distanza critica si giocò il ruolo del Segretario generale della CgdL Rinaldo Rigola, presto sostituito da Ludovico D’Aragona a guida della Confederazione. Di fatto, né il programma del 1918 né la commissionissima trovarono piena applicazione. L’Italia del primo dopoguerra fu travolta da scioperi, occupazioni di fabbriche e violenze politiche, culminate nel Biennio Rosso. L’incapacità di realizzare quelle riforme contribuì ad accentuare la radicalizzazione sociale e a indebolire il fronte democratico.





