Tra la fine del 1912 e l’inizio di una nuova fase della storia del movimento operaio italiano, prende forma una delle fratture più profonde e durature. La storica Michela Ponzani ci accompagna a Modena, dove, dal 23 al 25 novembre, si celebra il congresso fondativo dell’Unione Sindacale Italiana.
L’USI nasce come risposta polemica e radicale alla linea riformista della giovane Confederazione Generale del Lavoro. Le sue radici affondano già nel 1907, con la nascita a Parma del Comitato Nazionale della Resistenza, dotato di un proprio giornale, L’Internazionale, e animato da sindacalisti apertamente ostili alla mediazione e alla collaborazione con lo Stato liberale.
Il programma dell’USI è netto e senza compromessi: «rifiuto della lotta politica, della mediazione parlamentare, del partito e dello Stato». Al centro c’è l’azione spontanea delle masse, lo sciopero rivoluzionario come strumento di abbattimento dello Stato e il boicottaggio della produzione capitalistica. È una visione che attribuisce al sindacato non un ruolo riformatore, ma una funzione apertamente sovversiva.
In pochi anni l’organizzazione cresce rapidamente, arrivando a contare circa centomila iscritti e diventando particolarmente influente a Milano. Ma è lo scoppio della Grande Guerra a segnare uno spartiacque drammatico. Nel 1914 l’USI si spacca: una parte dei suoi dirigenti, tra cui Alceste De Ambris e Filippo Corridoni, sceglie l’interventismo, intrecciando il proprio cammino con quello del futurismo e con figure destinate a segnare la storia italiana, come Benito Mussolini.
Dopo il Consiglio generale del settembre 1914, la componente interventista viene espulsa. Da quella rottura nascono nuove esperienze, dai Fasci d’Azione Rivoluzionaria all’Unione Italiana del Lavoro, che costituirà uno dei primi nuclei del sindacalismo nazionale. Anche Giuseppe Di Vittorio, ricorda Ponzani, attraversa brevemente quella stagione interventista prima di prenderne definitivamente le distanze.
Sciolta dal fascismo nel 1926, l’USI continua a vivere nell’opposizione clandestina. Ma il suo lascito non si esaurisce. Nel dopoguerra, i suoi ex militanti scelgono di non ricostituire l’organizzazione e di contribuire invece alla nascita del sindacato unitario CGIL, guidato proprio da Giuseppe Di Vittorio.
La clip restituisce così la storia di un passaggio cruciale, in cui il movimento dei lavoratori si confronta con il nodo irrisolto tra riforma e rivoluzione, anticipando le lacerazioni politiche e sindacali che segneranno l’Italia del Novecento.




