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Mercoledì 8 aprile si è tenuta l'audizione presso la Commissione Finanze e tesoro del Senato relativa all'esame dei disegni di legge n. 1845 recante "Conversione in legge del decreto-legge 18 marzo 2026, n. 33, recante disposizioni urgenti in materia di prezzi petroliferi connessi alle crisi dei mercati internazionali" e n. 1852 recante “Conversione in legge del decreto-legge 27 marzo 2026, n. 38, recante disposizioni urgenti in materia fiscale ed economica”.
Per la CGIL hanno partecipato Nicolò Giangrande, Responsabile Ufficio Economia CGIL e Lisa Contegiacomo, Ufficio Economia CGIL- Politiche fiscali.
Di seguito riportiamo la memoria predisposta per l’occasione.
Il 18 marzo, giorno precedente all’entrata in vigore del decreto-legge n. 33/2026, il prezzo medio del diesel era di 2,105 euro e quello della benzina di 1,871 euro. Ieri, martedì 7 aprile, il prezzo medio del diesel era di 2,143 euro e quello della benzina di 1,785 euro.
Lo sconto deciso dal Governo, tra accise e IVA, è stato sostanzialmente mangiato dall’impennata dei beni energetici, destinati a crescere ulteriormente se la guerra in Iran proseguirà a lungo (e tutti ci auguriamo che la tregua di questa notte sia il primo passo verso la conclusione del conflitto).
Si tratta di un intervento di politica economica che, se ai primi impegni del decreto aggiungiamo quelli della proroga, ammonta a oltre 1 miliardo di euro, coperto tramite l’ennesimo taglio ai fondi dei ministeri, incluso quello della Salute, e a discapito degli investimenti in energie rinnovabili.
Un intervento che, oltre a rivelarsi del tutto inefficace, non ha scalfito di un solo centesimo gli extra-profitti che le compagnie energetiche stanno realizzando dall’inizio della crisi.
Quegli extra-profitti, di fatto, il Governo li sta garantendo a spese del contribuente.
Comunque sia, dopo il 1° maggio, quando scadrà la proroga, il problema rischia di ripresentarsi più grave di prima.
Sia prima di quest’ultima crisi, sia dopo il suo inizio, il Governo ha deciso di non implementare alcuna scelta strutturale per porre rimedio al rialzo dei prezzi energetici, che si sta trasferendo molto rapidamente a tutti i settori produttivi, danneggiando famiglie e imprese.
I dati provvisori dei prezzi al consumo di marzo 2026, pubblicati dall’ISTAT, registrano una risalita dell’inflazione.
La variazione congiunturale è dovuta soprattutto all’accelerazione dei prezzi dei beni energetici regolamentati (+8,9%) e non regolamentati (+4,6%); servizi relativi ai trasporti (+0,7%); alimentari non lavorati (+0,4%).
Il pericolo più immediato, nel caso di una nuova fiammata inflattiva, è che, ancora una volta, il conto sia pagato soprattutto da lavoratori dipendenti e pensionati che hanno visto ridurre il proprio potere d’acquisto a causa:
• di un’inflazione cumulata del +20,6% nel quinquennio 2021-2025, determinata principalmente dalla crescita dei profitti, come ha riconosciuto lo stesso Governo nella NADEF 2023 e DEF 2024,
• e di un drenaggio fiscale di 25 miliardi nel solo triennio 2022-2024 che è proseguito anche nel 2025 ed è tuttora in corso e che il Governo ha deciso di non restituire e di non neutralizzare.
Risultato: un livello record della pressione fiscale che ha raggiunto il 43,1% (la più alta negli ultimi dieci anni) e che pesa prevalentemente su chi vive di reddito fisso.
E il contesto potrebbe peggiorare nei prossimi mesi.
La BCE ha recentemente pubblicato le proiezioni macroeconomiche per l'Eurozona tracciando tre scenari che nel 2026 evidenziano, in tutti i casi, un PIL inferiore all'1% e un'inflazione nettamente sopra il 2%.
Passando dall’Eurozona all’Italia, gli ultimi dati pubblicati dall’OCSE e dalla Banca d’Italia mostrano un netto peggioramento nel 2026 del quadro macroeconomico nazionale con stagnazione economica (PIL rispettivamente a +0,4% e +0,5%) e inflazione in crescita (rispettivamente +2,4% e +2,6%).
Molto, lo ripetiamo, dipenderà dall’estensione e durata del conflitto in corso, ma in ogni caso stiamo parlando di un’ulteriore crescita dei prezzi che potrebbe determinare una nuova, quanto controproducente, reazione della BCE, con una stretta monetaria le cui conseguenze le abbiamo già vissute negli anni passati (contrazione dei consumi e degli investimenti, rallentamento dell’economia, ecc.).
Queste in Italia avrebbero una ricaduta ancora più pesante, viste la politica di bilancio impostata sull’austerità, la fine della spinta occupazionale nel mercato del lavoro, la conclusione del PNRR e l’alta incidenza della spesa per interessi sul debito pubblico.
Passando al decreto-legge 38/2026 segnaliamo che, sebbene sia mosso da dichiarate urgenze fiscali, appare fortemente asimmetrico: l’attenzione è focalizzata quasi esclusivamente sul comparto produttivo e su tecnicismi normativi, trascurando le gravi criticità che gravano sulla tenuta sociale del Paese, in particolare su lavoratori dipendenti e pensionati.
Vengono infatti destinate ingenti risorse a favore del sistema produttivo (iper-ammortamenti e crediti d'imposta per la transizione 5.0), mentre non vi è traccia di interventi che vadano a tutelare e garantire chi vive di salario o di pensione.
Inoltre, il differimento al 1° luglio 2026 del contributo amministrativo sulle importazioni di pacchi sotto i 150 euro, motivato ufficialmente da esigenze tecniche dei sistemi informativi, appare in realtà come il riconoscimento del fallimento di una misura nazionale non coordinata a livello europeo.
L'applicazione isolata di tale contributo ha spinto i flussi di e-commerce verso hub logistici di altri Paesi dell’Unione, dove i pacchi transitano senza tassazione aggiuntiva per poi entrare in Italia in libera circolazione. Ciò ha penalizzato gli scali aeroportuali e gli operatori logistici italiani senza generare il gettito sperato.
In conclusione, per evitare l’aggravarsi della crisi, e che quest’ultima sia scaricata sul mondo del lavoro e sulle persone che rappresentiamo, riteniamo che l’Italia abbia l’urgenza di:
• contribuire alla fine dei conflitti bellici in corso e riaprire i rapporti commerciali con tutti i maggiori fornitori di beni energetici;
• ridurre le importazioni incrementando la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili;
• sollecitare un intervento dell’Unione Europea sul TTF (l’indice di riferimento per il gas naturale nel mercato europeo) e per il disaccoppiamento fra prezzo del gas e dell’elettricità;
• porre un tetto al prezzo del gas, così come fatto da altri paesi europei;
• politiche per la giusta transizione e misure per evitare impatti occupazionali e sociali negativi;
• rinnovare tempestivamente sia i contratti pubblici che quelli privati, tutelando e aumentando i salari reali;
• garantire una piena perequazione delle pensioni ed estendere/rafforzare la quattordicesima;
• neutralizzare il drenaggio fiscale attraverso l’indicizzazione automatica di tutta la struttura dell’IRPEF all’inflazione (già cumulata e quella in corso);
• interrompere la corsa al riarmo e reindirizzare le risorse su politiche industriali per i settori manifatturieri e per i servizi, con investimenti per contrastare le delocalizzazioni, difendere l’occupazione (anche attraverso ammortizzatori universali tipo Sure e il divieto di licenziamenti), creare nuovo lavoro, realizzare la transizione energetica, ambientale e tecnologica del sistema produttivo;
• invertire la rotta rispetto alle politiche di austerità, rilanciando una strategia europea di investimenti sul modello Next generation EU (eurobond) per politiche industriali ed energetiche comuni;
• riformare il sistema fiscale in senso progressivo – contrastando l’evasione e tassando extra-profitti, profitti, grandi ricchezze e rendite – per sostenere il sistema pubblico dei servizi.
Se non si va in questa direzione, non si danneggiano solo lavoratori dipendenti e pensionati, ma si accentua il declino dell’intera economia nazionale.






