Schede di lettura della Legge 30 dicembre 2025 n. 199 "Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2026 e bilancio pluriennale per il triennio 2026-2028"

PREMESSA
Non era facile, ma il Governo – con le ultime, consistenti modifiche – è riuscito a peggiorare una già pessima Manovra di Bilancio.
Un esempio su tutti: hanno sottratto altri 2,9 miliardi al capitolo Previdenza, arrivando a penalizzare – tra gli altri – i lavoratori precoci e chi ha svolto lavori usuranti.
Risultato finale: il Parlamento – cui non è stato dato nemmeno il tempo di discutere e di emendare le scelte dell’Esecutivo (una lesione gravissima della democrazia) – ha approvato una legge che impoverisce ulteriormente lavoratori e pensionati e che accelera il declino economico e la deindustrializzazione del Paese.

Aumentano l’età pensionabile; non restituiscono né neutralizzano il drenaggio fiscale (infatti prevedono 18 miliardi di entrate in più dall’Irpef nel prossimo triennio, mentre l’imposta sul reddito delle società si ridurrà di 3 miliardi); definanziano il Servizio Sanitario Nazionale (a cui destineranno appena il 5,92% del PIL nel 2028, la percentuale più bassa di sempre); tagliano il sistema pubblico dei servizi (a partire dall’Istruzione, cui sottraggono ulteriori 620 milioni di euro); svuotano di 2,9 miliardi il Fondo Sviluppo e Coesione, penalizzando ancora una volta il Mezzogiorno; si guardano bene dall’andare a prendere i soldi dove sono (profitti, extra profitti, grandi ricchezze, evasione fiscale).

Se si esclude il PNRR, da cui peraltro prendono oltre 7 miliardi per garantire gli ennesimi, quanto inutili finanziamenti a pioggia alle imprese senza condizionalità, non c’è alcun impegno su nuovi investimenti e su una politica industriale in grado di invertire la desertificazione produttiva in corso.
Nel frattempo, la crescita acquisita nel 2025 è dello 0,5% e, nel 2026 – 2027, il PIL italiano si confermerà al di sotto dell’1%, con l’Italia che diventerà fanalino di coda dell’Unione europea.

Gli effetti concreti di una linea economica a dir poco autolesionistica e antipopolare sono sotto gli occhi di tutti: valore reale dei salari inferiore dell’8,8% rispetto al 2021; pensioni che non hanno neanche lontanamente recuperato il potere d’acquisto perso a causa dell’inflazione, su cui si continua a fare cassa; esplosione della cassa integrazione (+18% nel primi nove mesi del 2025 rispetto al 2024); 2,5 milioni di lavoratori a termine e precari; 100.000 ragazze e ragazzi che ogni anno lasciano l’Italia per cercare un lavoro libero e dignitoso fuori dai nostri confini nazionali; un welfare sempre meno pubblico e universalistico.

L’unico record è quello raggiunto dalle quotazioni dell’industria delle armi, grazie a 23 miliardi di spese in più in difesa nei prossimi tre anni e molti altri ancora in quelli successivi, se davvero si vuole rispettare il folle impegno assunto dalla presidente del Consiglio in ambito Nato (5% del PIL da destinare al riarmo entro il 2035).

Di fronte a questo scenario, non abbiamo alternative a portare avanti il nostro impegno per cambiare un modello di sviluppo ormai insostenibile sia dal punto di vista sociale che da quello ambientale. Un modello di sviluppo che stanno cercando di tenere in piedi convertendo l’economia italiana e quella europea in un’economia di guerra.

Restituzione del drenaggio fiscale e sua neutralizzazione per il futuro; contributo di solidarietà dalle grandi ricchezze e riforma fiscale all’insegna della progressività e dell’equità orizzontale; rinnovo di tutti i contratti nazionali di lavoro, pubblici e privati, per difendere e aumentare il potere d’acquisto; rafforzamento ed estensione della quattordicesima e piena rivalutazione delle pensioni; investimenti nel sistema pubblico dei servizi (sanità, istruzione, non autosufficienza, politiche per la casa, trasporto pubblico, diritto allo studio); blocco dell’aumento automatico dell’età pensionabile per tutte e tutti, una maggior flessibilità in uscita e una pensione contributiva di garanzia per precari e discontinui; vere politiche industriali per i settori manifatturieri e per i servizi, con intervento pubblico e investimenti per innovare il nostro sistema produttivo, realizzare la transizione energetica, ambientale e tecnologica, difendere l’occupazione, creare nuovo lavoro di qualità, realizzare una vera strategia di sviluppo per il Mezzogiorno; tutela della salute e della sicurezza sul lavoro; cambiamento del sistema degli appalti; piano straordinario di assunzioni e stabilizzazioni nei settori pubblici; contrasto alla precarietà e al lavoro povero, nero e sommerso; istituzione del salario minimo e una legge sulla rappresentanza; contrasto a una insostenibile corsa al riarmo: restano le nostre priorità anche nell’anno che è appena cominciato.

Le porteremo avanti non solo per tutelare i diritti delle persone che rappresentiamo, ma nell’interesse generale dell’Italia.

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