Contributo scritto in merito all'esame degli Atti UE nn.COM (2025) n. 759 definitivo e 760 definitivo (Fondo carbone e acciaio)

I due atti delineano, rispettivamente, il quadro giuridico - COM(2025) 759 – e i dettagli del programma tecnico pluriennale - COM(2025) 760 - per l’attuazione del protocollo n. 37 relativo alle conseguenze finanziarie della scadenza del trattato CECA e della revisione della legislazione che regola il Fondo di ricerca carbone e acciaio (FRCA), al fine di semplificarne il funzionamento e renderlo più accessibile per l’industria, i centri di ricerca e il mondo accademico, finanziando progetti di ricerca e innovazione nel periodo 2027-2030. La ricerca dovrà essere focalizzata su tecnologie per la produzione di acciaio a emissioni di carbonio prossime allo zero (72.8% delle risorse) e su progetti di giusta transizione per le miniere di carbone, in esercizio o in fase di chiusura, e per le regioni in cui sono ubicate (27.2%). La revisione dovrà essere coerente con le altre normative dell’Unione e rispondere all’esigenza di stimolare il dinamismo e la crescita economica dell’Europa, ponendo la competitività industriale e la decarbonizzazione tra le esigenze trasformative. La decarbonizzazione, infatti, oltre ad essere urgente e necessaria per l’azione climatica, per contribuire a colmare il divario tecnologico, per ridurre la dipendenza energetica e i suoi costi, è anche un potente motore di crescita.

CONTESTO ITALIANO

Carbone - In Italia non sono attive miniere di carbone per l’estrazione commerciale. L’ultima miniera attiva, quella di Monte Sinni nel Sulcis-Iglesiente (Sardegna), ha cessato la produzione regolare nel 2015, segnando la fine dell’estrazione carbonifera a livello nazionale. Il carbone utilizzato nelle poche centrali ancora operative nel Paese è importato. Attualmente, restano attive due centrali a carbone in Sardegna, a Portovesme e Fiume Santo, la cui chiusura è prevista dal PNIEC al 2028 in corrispondenza al completamento del Tirrenian Link, l’infrastruttura elettrica che collegherà la Sicilia, la Sardegna e la Campania. Le due centrali a carbone di Brindisi e Civitavecchia non producono più energia e avrebbero dovuto essere dismesse entro il 2025, come previsto dal PNIEC, ma il Governo sembra intenzionato a mantenerle in “riserva fredda”. La CGIL esprime una netta contrarietà politica e sindacale alla scelta di mantenere le centrali di Brindisi e Civitavecchia in riserva a freddo, perché questa scelta determinerebbe un grave arretramento negli impegni di decarbonizzazione e nel processo di riconversione, bloccando lo sviluppo dei territori e l’individuazione di soluzioni occupazionali senza fornire prospettive. La riserva fredda, infatti, determina un grave ritardo nel processo di decarbonizzazione, aggravando l’emergenza climatica e ambientale e il costo dell’energia; contraddice gli impegni assunti dal Paese in materia di transizione energetica, impegno inserito nel PNIEC e trasmesso alla Commissione europea; blocca le aree occupate dagli impianti, impedendone la piena disponibilità per nuovi insediamenti industriali; rinvia sine die le attività di smantellamento e bonifica, che rappresentano una leva fondamentale sia ambientale sia occupazionale. Inoltre, con un prezzo delle quote ETS intorno ai 90-95 euro per tonnellata di CO2, il costo operativo per produrre un MWh di elettricità con il carbone appare decisamente insostenibile rispetto alle altre fonti. Infine, mantenere le centrali in riserva fredda ha un costo che distoglierebbe ingenti risorse (stimate tra i 70 e i 100 milioni all’anno) essenziali per sostenere una Giusta Transizione, creare nuova e buona occupazione e attivare la riconversione ecologica.

Acciaio - In Italia, la maggior parte della produzione di acciaio avviene già mediante forni elettrici. Nel 2025, sono stati prodotti circa 21 milioni di tonnellate di acciaio nel nostro Paese, che rappresenta il primo produttore europeo di acciaio da forno elettrico. L’alimentazione dei forni elettrici avviene ancora prevalentemente con il gas. Taranto rimane l’unica acciaieria italiana con altoforno (BF) e convertitore all’ossigeno (BOF) ancora attivi. Il governo italiano, con l’ultima Legge di bilancio, ha tagliato altri 305 milioni nel triennio 2026-2028 destinati alla decarbonizzazione dell’ex ILVA di Taranto per la realizzazione del DRI, dopo che con la revisione del PNRR aveva già tagliato uno dei due miliardi inizialmente previsti, mettendo seriamente a rischio la possibilità di decarbonizzare l’acciaieria di Taranto. La CGIL ha contestato i tagli alle risorse per la decarbonizzazione dell’ex ILVA e rivendica l’intervento pubblico e una governance partecipata, a partire dal pieno coinvolgimento di parti sociali, autorità locali, società civile e  comunità, per la gestione di una giusta transizione in grado di garantire: tempi certi e urgenti di decarbonizzazione; continuità produttiva e garanzia occupazionale per tutti i lavoratori diretti e dell’indotto, anche con la creazione di nuovi posti di lavoro attraverso lo sviluppo di attività produttive complementari; tutela della salute e sicurezza dei cittadini e dei lavoratori; tutela dell’ambiente; sostegno sociale, economico e finanziario dei lavoratori e delle lavoratrici interessati dalla transizione; la loro formazione per le nuove mansioni. Le emissioni del settore siderurgico sono principalmente dovute al consumo energetico. Il contributo della ricerca dovrebbe essere indirizzato verso la sostituzione del coke con idrogeno verde nel processo di riduzione del minerale di ferro, e allo sviluppo di fonti rinnovabili in quantità sufficienti per alimentare i forni ad arco, favorendo un maggiore utilizzo di materiali riciclati. In questo modo, si otterrebbe una significativa riduzione delle emissioni climalteranti. Attualmente, i costi di produzione sono molto elevati e i fondi destinati alla ricerca non sono sufficienti. Per questo motivo, riteniamo necessario che a livello nazionale vengano stanziati fondi adeguati alla realizzazione di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili, accelerando la transizione a un sistema 100% rinnovabili e per sviluppare una filiera nazionale di elettrolizzatori, finalizzata alla produzione di idrogeno a prezzi accessibili. Positivo, ma con risultati da verificare, l’investimento del PNRR per la creazione dei distretti dell’idrogeno verde (idrogen valley) nelle aree industriali dismesse, per favorire la ripresa delle economie locali, e per facilitare la decarbonizzazione dei settori hard to abate, fra cui quello dell’acciaio.

La CGIL condivide l’impianto generale dei due atti, ma ne evidenzia alcune gravi criticità:

  • Neutralità tecnologica - il programma di ricerca intende sostenere le tecnologie per una siderurgia pulita contribuendo agli obiettivi di neutralità climatica dell’Unione e rafforzandone l’autonomia strategica lungo la catena del valore dell’acciaio. Il settore dell’acciaio è la prima fonte industriale di emissioni climalteranti a livello globale. Le emissioni derivano dall'uso di combustibili fossili. Il programma di ricerca non specifica le tecnologie che potranno essere finanziate, conformandosi all’ormai dominante orientamento politico europeo, e non solo, sulla neutralità tecnologica. Contestiamo fermamente questa posizione perché ogni tecnologia ha un impatto diverso sull’ambiente, sulla salute, sulla riduzione delle emissioni, sui costi, sulla dipendenza dalle importazioni, sulle filiere produttive e sull’occupazione. Riteniamo per questo che i decisori politici debbano assumersi la responsabilità di scegliere quali sono le tecnologie più sostenibili su cui orientare sia la fase della ricerca e dello sviluppo tecnologico sia quella degli investimenti e sostegno alla produzione e al consumo. A questo proposito riteniamo che il testo, per quanto riguarda l’acciaio, dovrebbe fare esplicito riferimento all’elettrificazione e alla circolarità del processo produttivo, sostenendo le tecnologie DRI e i forni elettici alimentati con elettrolizzatori da fonti rinnovabili. Dovrebbero essere escluse, invece, tutte le tecnologie dipendenti dalle fonti fossili, come la CCS e l’idrogeno prodotto da fonti fossili, e quelle legate al nucleare. Le prime non sono sostenibili perché rallentano la decarbonizzazione, mantenendo tutte le criticità del sistema fossile (dipendenza e alti costi energetici, contributo negativo al cambiamento climatico, sostegno al sistema di sfruttamento delle risorse dei paesi del sud globale in una logica coloniale e suprematista); le seconde non lo sono a causa degli elevati rischi (di incidente, di attacco terroristico o in caso di guerra) e per i costi estremamente più alti rispetto a quello dell’energia prodotta da fonti rinnovabili. Queste ultime considerazioni generalisi aggiungono a quelle specifiche per l’Italia, in cui il ritorno del nucleare sarebbe antidemocratico, perché in contrasto con l’esito di due referendum; incompatibile con i tempi dell’azione climatica; non garantirebbe la sicurezza energetica, perché non disponiamo delle materie prime e delle tecnologie necessarie; avrebbe enormi problemi di localizzazione, in considerazione della fragilità idrogeologica, della pericolosità sismica del nostro territorio e dell’inaccettabilità sociale (condizioni che ad oggi non hanno reso possibile individuare un sito sicuro in cui realizzare il deposito unico delle scorie radioattive). Inoltre, l’acciaio, grazie alla possibilità di essere rifuso e riutilizzato infinite volte senza perdere le proprie proprietà, rappresenta uno dei materiali più circolari. Per aumentare la circolarità del settore è fondamentale migliorare la raccolta del rottame. Per questo è necessario che una parte dei fondi di RFCS siano destinati a promuovere l’eco-design (una progettazione, cioè, che faciliti lo smontaggio), a garantire la tracciabilità dei flussi di materiale e recuperare acciaio di qualità dai settori ad alta intensità di materiali.
  • Ruolo forte dell’Unione (e degli Stati) per una Giusta Transizione – il programma di ricerca deve essere integrato nel quadro complessivo di politiche per la Giusta Transizione, finalizzate a pianificare e anticipare gli effetti della transizione per evitare impatti sociali e occupazionali negativi. Servono, a questo proposito, una direttiva per la giusta transizione dotata di adeguate risorse; politiche industriali e investimenti comunitari nelle filiere strategiche per la decarbonizzazione; investimenti per l’elettrificazione delle produzioni e dei consumi, al fine di accelerare la transizione verso un sistema elettrico 100% rinnovabili e un percorso di uscita da tutti i combustibili fossili, compreso il gas, in linea con l’obiettivo di neutralità climatica al 2050. Questa traiettoria consentirebbe di ridurre la dipendenza e i costi energetici e renderebbe strutturalmente competitive le nostre imprese. Inoltre, è necessario un ruolo più forte del pubblico nel rilancio della siderurgia con il sostegno alla produzione e al consumo dell’acciaio verde.
  • Dual use – il programma di ricerca del fondo si pone l’obiettivo di sostenere la competitività anche in relazione alle applicazioni a duplice uso civile e militare. La CGIL è assolutamente contraria. Riteniamo sbagliato lo spostamento delle priorità politiche, economiche e industriali europee dal Green Deal alla corsa al riarmo e alla riconversione industriale in chiave bellica.
  • Giusta transizione del lavoro – uno dei fattori fondamentali che dovrebbe essere previsto nella ricerca riguarda la sicurezza e la salute delle lavoratrici e dei lavoratori dei settori coinvolti. L’innovazione deve mirare al miglioramento delle condizioni di lavoro e all’eliminazione degli aspetti ambientali nocivi. Inoltre, i progetti di ricerca e innovazione devono inserirsi nelle più complessive politiche per la Giusta Transizione e integrarsi nelle politiche industriali, di investimento e di Giusta Transizione sociale e occupazionale a partire dalla creazione di nuovi posti di lavoro nelle filiere produttive legate alle nuove tecnologie, lo sviluppo e la diffusione di competenze relative ai nuovi processi produttivi, la riqualificazione professionale, gli ammortizzatori sociali universali, ecc.
  • Governance - la transizione ecologica ha bisogno di scelte politiche coerenti, urgenti e sostenibili che non possono essere delegate al mercato. È necessario un ruolo forte degli Stati nell’indirizzo economico e una governance democratica e partecipata. L’opposto di quanto perseguito con la neutralità tecnologica. Servono politiche industriali, investimenti, ricerca e sviluppo, a livello europeo che mettano al centro il bene comune, il benessere collettivo e la tutela dell’ambiente; l’opposto di quanto sta accadendo in Europa con la corsa al riarmo e la riconversione bellica. Solo con politiche pubbliche, democratiche e partecipate possiamo garantire una Giusta Transizione di pace e disarmo, piena e buona occupazione, giustizia sociale e climatica.
  • Green Deal – l’utilizzo del fondo, come di tutte le risorse pubbliche europee, deve essere coerente con le normative in materia di decarbonizzazione, in particolare con le previsioni di riduzione delle emissioni al 2030 e della neutralità climatica al 2050 previste dalla legge sul clima. Questa coerenza sta progressivamente venendo meno a seguito di vari interventi che stanno smantellando alcuni dei pilastri del Green Deal. Fra questi citiamo il recentissimo regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica il regolamento (UE) 2021/1119 per quanto riguarda la fissazione del traguardo intermedio al 2040. Il traguardo della riduzione del 90% delle emissioni viene formalmente mantenuto, ma con una serie di limitazioni (non è previsto un piano di uscita dalle fonti fossili, nessun riferimento alla giusta transizione, 5% di contributo dai crediti internazionali, conferma della neutralità tecnologica, a partire dal riconoscimento del ruolo dei carburanti a basse emissioni, ecc.) che renderanno praticamente impossibile il raggiungimento del risultato effettivo. Altro caposaldo del Green Deal è l’ETS che ha l’obiettivo di orientare la transizione verso le energie rinnovabili rendendo l’uso dei combustibili fossili meno conveniente dal punto di vista economico. La CGIL è contraria a qualsiasi tipo di intervento volto a minare l’efficacia dell’ETS, come sta proponendo il Governo italiano a livello europeo, perché avrebbe come conseguenza il rallentamento della transizione verso le rinnovabili, lasciando inalterate le cause che generano problemi strutturali di dipendenza e costi energetici insostenibili. Scelte tendenti a rallentare e snaturare lo strumento causerebbero la rinuncia al raggiungimento nei tempi previsti degli obiettivi climatici e infrangerebbero un duro colpo alle opportunità di sviluppo delle nuove tecnologie decarbonizzate, fra cui quelle per la produzione dell’idrogeno verde, innescando una crisi industriale e occupazionale strutturale.