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Con l’approvazione definitiva della legge sulla detenzione domiciliare per persone tossicodipendenti e alcoldipendenti viene introdotta una nuova misura che, nelle intenzioni dichiarate dal Governo, dovrebbe favorire percorsi terapeutici alternativi al carcere.
Pur condividendo il principio secondo cui le persone con dipendenze debbano poter accedere a percorsi terapeutici e socio-riabilitativi alternativi alla detenzione, riteniamo che la legge presenti limiti evidenti: una platea ristretta, requisiti di accesso fortemente selettivi e l’assenza di un adeguato potenziamento dei SerD, delle comunità terapeutiche, degli uffici giudiziari coinvolti e dell’esecuzione penale esterna.
L’introduzione di questa nuova misura rischia inoltre di aumentare la complessità normativa, senza tradursi in un concreto ampliamento delle possibilità di accesso a percorsi alternativi al carcere. Il provvedimento continua a concentrarsi prevalentemente su programmi residenziali, lasciando in ombra altre forme di presa in carico terapeutica e sociale.
A fronte del numero elevato di persone detenute certificate come tossicodipendenti – pari al 32,7% della popolazione carceraria secondo il Libro Bianco sulle droghe 2026 – la misura potrà riguardare solo una percentuale ridotta di detenuti. L’accesso è infatti subordinato a limiti di pena, alla predisposizione di un programma terapeutico già definito e alla valutazione positiva dei servizi competenti. Per i reati compresi nell’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario sono inoltre previsti limiti più restrittivi.
Di conseguenza, la nuova disciplina non riguarda l’insieme delle migliaia di persone detenute con problemi di dipendenza, ma solo una quota molto circoscritta di soggetti che dispongano già di un percorso terapeutico formalizzato, di una presa in carico attiva da parte dei servizi per le dipendenze e della disponibilità di una struttura terapeutica pronta ad accoglierli.
È proprio qui che emerge il principale limite della legge: senza un potenziamento straordinario dei SerD, delle comunità terapeutiche accreditate, dell’UEPE, dei Tribunali Ordinari e di Sorveglianza e dei servizi sociali territoriali, la nuova disciplina rischia di avere un impatto estremamente limitato per una larga parte delle persone che oggi vivono in carcere condizioni di grave marginalità, dipendenza patologica e disagio psichico. Senza risorse certe per ampliare l’offerta terapeutica e senza percorsi individualizzati di reinserimento sociale, il rischio concreto è quello di trasferire il problema senza affrontarne le cause profonde. Con il rischio ulteriore di trasformare le comunità in una sorta di micro-carceri, e di intervenire sul ruolo e sulle funzioni degli operatori.
Le comunità non sono e non devono essere una mera alternativa al carcere, la dimensione terapeutica deve restare la loro mission: il tema non è tanto dove si collocano le persone, ma non utilizzare il diritto penale per rispondere a questioni di carattere sociale e sanitario.
Mentre il Governo continua a rispondere alle fragilità sociali con strumenti prevalentemente penali, noi continuiamo a indicare una strada diversa: quella contenuta nell’articolo 11 della nostra proposta di legge di iniziativa popolare per il rafforzamento del Servizio sanitario nazionale, che punta su cura, riduzione del danno, servizi territoriali integrati e inclusione sociale. Una proposta sostenuta da decine di associazioni e realtà della società civile e che sta raccogliendo migliaia di firme in tutta Italia.






