Martedì 27 ottobre si è tenuta l'audizione presso la Commissione affari costituzionali del Senato in relazione all'esame dei disegni di legge n. 1888 e 172 (Roma Capitale).

Per la CGIL hanno partecipato Florindo Oliverio, responsabile Politiche Istituzionali, e Stefania Sposetti, segreteria CGIL Roma Lazio.

Di seguito riportiamo la memoria predisposta per l'occasione.


Audizione
Presso la Commissione affari costituzionali del Senato in relazione all'esame dei disegni di legge n. 1888 e 172 (Roma Capitale)
(Roma, 27 ottobre 2026)

Il disegno di legge costituzionale n. 1888, presentato dal Governo al Senato come approvato dalla Camera dei deputati lo scorso 29 aprile, propone la modifica dell’articolo 114 della Costituzione in materia di Roma capitale.

Tale articolo fu già oggetto di modifica della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3, che vide, tra le altre, l’inserimento dell’attuale terzo comma che indica nella città di Roma la capitale della Repubblica, il cui ordinamento è disciplinato dalla legge dello Stato.

La modifica del 2001 riconosceva quindi un differente e superiore status della città di Roma rispetto a tutte le altre, assumendo l’impegno di dotare Roma, capitale appunto, di un ordinamento proprio, finalizzato al concreto riconoscimento della sua specialità. Non un vezzo istituzionale ma la necessaria attribuzione normativa di specifiche capacità gestionali, organizzative e amministrative.

La specialità di Roma viaggia su dimensioni diverse ed eterogenee: la dimensione nazionale come Capitale della Repubblica italiana, che si misura quotidianamente con la dimensione universale per via della sua coesistenza con la sede del Vaticano, che la rende diversa da tutte le altre capitali (almeno in Europa); vi è poi la dimensione internazionale, che vede Roma Capitale come sede della FAO, di ambasciate e varie Accademie di arte e cultura straniera.

Una dimensione che richiederebbe un impegno costante da parte dello Stato perché le “normali” funzioni di capitale, propria dello status che la accomuna a tutte le altre capitali nel mondo (la presenza delle attività direzionali dello Stato: parlamento, organi e amministrazioni del governo), qui si sommano a funzioni più tipicamente “statali”, derivanti dalla presenza di un altro Stato sul proprio territorio (si veda, da ultimo, l’impatto del giubileo).

Esiste poi la dimensione territoriale. Roma è la città più grande d’Italia. Il suo territorio è grande quanto le prime otto città italiane, senza contare l’area della città metropolitana, con cui Roma ha potenti interconnessioni: dal pendolarismo alle dinamiche insediative e di attività produttive.
Questo intreccio di condizioni dovrebbe corrispondere ad un impegno nei confronti di Roma capitale costante e “riconoscente” da parte dello Stato che, invece, ha disatteso non dando piena applicazione alla norma del 2001.

A distanza di 25 anni non solo non si è visto l’annunciato disegno ordinamentale ma nemmeno sul piano finanziario si è visto il necessario ristoro per quanto grava inevitabilmente sulle casse di Roma capitale.
Per questo, l’iniziativa governativa rischia di apparire come un “rilancio a buon mercato”.
Uno scambio, proprio come si fa per l’Autonomia differenziata, in cui il Governo offre una riforma costituzionale invece di attuare, implementare e completare un autentico percorso di rafforzamento dei poteri e – soprattutto – di risorse aggiuntive, vere ed effettive, di carattere finanziario, organizzativo e umano.
Si preferisce così andare oltre la dimensione dell’autonomia/specialità statutaria, amministrativa e finanziaria; si attribuiscono all’amministrazione capitolina – novità assoluta, e senza precedenti – veri e propri poteri legislativi, sia concorrenti, sia esclusivi, e su materie molto rilevanti.
Rischiando di complicare ulteriormente un assetto legislativo che, nel nostro Paese, è già oggi molto complesso: si pensi al rapporto tra Stato e Regioni; al contenzioso che ha prodotto in Corte costituzionale negli ultimi 20 anni; alla discussione sull’autonomia differenziata, sul rapporto tra poteri dello Stato che solo l’ultimo referendum costituzionale ha preservato, il premierato non rimosso dai disegni di un Governo che non abbandona l’obiettivo di riscrivere complessivamente la carta costituzionale.
Il ddl 1888 continua a rinviare i nodi veri non attuati dal 2001. Ma rilancia attribuendo a Roma capitale potere legislativo su materie molto rilevanti – trasporto pubblico, governo del territorio, servizi sociali, edilizia residenziale pubblica – rispetto alle quali la Consulta ha messo paletti molto precisi: dalla necessità di individuare specifiche funzioni, e non intere materie; all’obbligo di determinare e finanziare – preventivamente – i livelli essenziali delle prestazioni per tutte quelle funzioni che incidono sui diritti civili e sociali che devono essere garantiti in maniera uniforme e omogenea su tutto il territorio nazionale.
E non c’è alcun dubbio che, all’interno delle materie che si vorrebbero devolvere a Roma capitale, esistono questi diritti. Per non dire che, nel caso specifico, si rischia la disomogeneità tra cittadini della stessa regione e che vivono quotidianamente nella doppia (o tripla) dimensione di cittadini/utenti romani, laziali o provenienti da altre regioni per vivere, lavorare, studiare a Roma.
Non ci convincono gli argomenti a favore. Non siamo persuasi dell’irrinunciabile necessità della legge costituzionale anziché quella ordinaria. Non sta in piedi il paragone con le altre grandi capitali europee. Non regge con Berlino, equiparata ai lander, mentre qui coesistono Roma capitale e la regione Lazio; non regge con le capitali degli altri Stati unitari perché né Londra né Parigi hanno funzioni legislative.
Una nuova modifica dell’articolo 114, con un ulteriore rinvio a una legge ordinaria, che non ha visto la luce fin qui e che il Governo (con il Parlamento) si guarda bene dal rendere disponibile a corredo della sua proposta di legge costituzionale, per di più a fine legislatura, ha il sapore di una nuova scommessa elettorale, per inquinare sul piano delle responsabilità vere, l’agone dei prossimi mesi.
Infatti, si rinvia a dopo (ma non si sa quando) l’appuntamento con il tema del rapporto con il decentramento territoriale, quello sulla definizione delle risorse (vere, effettive e aggiuntive), il rapporto effettivo e concreto tra i diversi livelli legislativi.
Ad oggi non c’è ancora una linea di finanziamento speciale per Roma capitale. Servono più trasferimenti statali per Roma ma, se c’è una Legge speciale per Venezia, per Roma non c’è nemmeno un contratto di servizi con lo Stato, nonostante tutto il peso di attività, eventi, iniziative di cui la capitale si fa carico da sola, nell’interesse di “tutta la nazione”.
Prima di toccare la Costituzione, prima di devolvere funzioni legislative, per noi il tema vero da affrontare sono le risorse. A Roma capitale servono più risorse, serve più personale, servono più investimenti.
Se questi elementi non ci sono, tutta l’operazione è a perdere.
Non ci convince nemmeno l’argomento utilizzato per richiedere la definizione di un nuovo ambito di disciplina del rapporto di lavoro per le lavoratrici e i lavoratori di Roma capitale.
Nel comparto delle autonomie locali fanno già oggi parte le lavoratrici e i lavoratori delle Regioni, enti che, come è noto, svolgono funzioni legislative e assicurano al proprio personale trattamenti giuridico-economici e percorsi di carriera. Non a caso, in tutti i comparti pubblici si possono definire apposite sezioni specifiche senza dover ricorrere alla definizione di un nuovo contenitore contrattuale.
Anche per questo auspichiamo che, indipendentemente dal percorso che scaturirà dall’intervento legislativo, sia garantito il pieno coinvolgimento delle Organizzazioni di rappresentanza delle lavoratrici e dei lavoratori interessati da tali processi.
Rimane quindi la considerazione che l’approvazione del disegno di legge presenta un rischio ulteriore proprio sul finire della legislatura: quello di scaricare esclusivamente sull’amministrazione capitolina la responsabilità del malessere di quanti vivono la Città. E senza risorse aggiuntive vere, nessun problema può essere affrontato e risolto.
Per tutto quanto esposto, la CGIL esprime la propria contrarietà al disegno di legge governativo in materia di Roma capitale. Non condividiamo il ricorso allo strumento della modifica costituzionale perché Roma ha la necessità di vedersi riconosciuto realmente il ruolo di Capitale, come fa già la Costituzione, ma che non è supportato da risorse adeguate, che oggi invece sono esclusivamente a carico della fiscalità locale. Il disegno di legge costituzionale non affronta e rinnova sine die il rinvio ad una legge ordinaria di cui non si conoscono tempi e contenuti.

→ Scarica il documento