Audizione della CGIL - rappresentata dal Segretario Confederale, Christian Ferrari e dal Responsabile dell’Ufficio Economia, Cristian Perniciano - presso le Commissioni congiunte Bilancio del Senato e della Camera sul Disegno di legge “Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2024 e bilancio pluriennale per il triennio 2024-2026” (A.S. 926).

Di seguito la memoria che predisposta con il contributo di tutte le Aree del Centro Confederale.


Dopo mesi di ostentato ottimismo – durante i quali si è celebrata l’Italia addirittura come “locomotiva d’Europa” – la NADEF prima, il Documento Programmatico di Bilancio poi e, infine, il DDL di Bilancio hanno riportato tutti con i piedi per terra.

La stima del PIL per il 2023 è stata rivista al ribasso (+0,8%) rispetto a quanto previsto nel DEF di aprile scorso.

Come attestato dall’ISTAT – che indica una crescita acquisita per l’anno in corso di appena lo 0,7% – l’economia italiana, dopo la frenata del secondo trimestre, si è fermata completamente nel terzo e sarà debole anche nel quarto, a causa del calo della domanda interna e delle forti difficoltà in cui versano tutti i settori produttivi, compresi quelli orientati all’export.

Purtroppo, non c’è alcun “miracolo italiano”. Oltre ai ben noti fattori esogeni (conflitti geopolitici, crisi energetica, commercio internazionale, politiche monetarie restrittive), si raccolgono i frutti di una linea di politica economica – portata avanti sul piano nazionale – che riteniamo sbagliata e inadeguata.

Il governo rivede al ribasso anche la stima del PIL per il 2024, ma prevedendo un +1,2% che appare oggettivamente sovrastimato rispetto alle previsioni più recenti della Commissione UE, dei principali organismi internazionali e di tutti gli analisti; e – soprattutto – rispetto all’andamento reale della nostra economia.

Per precostituirsi maggiori margini di manovra, l’Esecutivo ha scelto la strada di “gonfiare” il più possibile il PIL programmatico per il prossimo anno, e alzare l’asticella del deficit programmatico 2024.

Su quest’ultimo punto noi non possiamo però condividere la posizione di chi sta criticando il Governo, chiedendo meno deficit e più austerità – ovviamente a carico di lavoratori e pensionati – con ulteriori tagli alla spesa pubblica corrente.

La Cgil ha un approccio critico opposto: non chiediamo la “manovra per i mercati”, ma rivendichiamo una manovra per i lavoratori, i pensionati, i precari, le giovani generazioni, perché il vero problema non è tanto il debito pubblico (il numeratore), ma il PIL (il denominatore) che – anche a causa delle politiche del Governo – sta flettendo.

La questione cruciale, dunque, è come si rilanciano – anche al fine di mettere in sicurezza la finanza pubblica – gli investimenti, la crescita e il PIL.

Dall’altra parte, non possiamo nemmeno condividere la valutazione positiva ed entusiastica di taluni, che l’hanno definita una “manovra espansiva”.

(SPESA PUBBLICA E RINNOVI CCNL PUBBLICO IMPIEGO) – Non è così, anzi si prefigura un contenimento significativo della spesa pubblica: in rapporto al PIL, in termini reali e per alcuni capitoli addirittura sul piano nominale.

Per il solo il fatto di non adeguarla all’inflazione, la spesa pubblica si ridurrà in media anche fino al 10% nel triennio, a partire da sanità e istruzione.

Ma il Governo non si limita a questo. Con la manovra, infatti, si torna alla vecchia politica dei tagli lineari, contraendo anche la spesa nominale di ministeri (2 miliardi) e di Regioni e autonomie locali (600 milioni all’anno dal 2024 al 2028). In questo modo si mettono a rischio le funzioni e i servizi erogati, a meno che ci sia un incremento della pressione fiscale regionale e comunale che, ricordiamo, è particolarmente concentrata su lavoratori e pensionati.

Le risorse annunciate per i rinnovi dei contratti pubblici 2022/2024 non sono – nemmeno lontanamente – sufficienti a garantire il potere d’acquisto perso in questi anni.

Ammesso e non concesso che i 5 miliardi previsti in manovra per scuola, statali e funzioni centrali corrispondano effettivamente a un incremento del +5,78%, come indicato nella relazione tecnica; nel triennio in questione (2022/24), l’ISTAT ha già attestato un indice IPCA (depurato) cumulato pari al 16,9%.

Bastano questi dati, per capire l’impoverimento secco che queste lavoratrici e questi lavoratori stanno già subendo e che rischia di cristallizzarsi definitivamente.

Per chiarire, poi, di quanto i salari pubblici saranno tagliati in relazione al PIL, è sufficiente il dato del DPB, secondo il quale i redditi da lavoro dipendente (delle Amministrazioni pubbliche) passano dal 9,3% del PIL nel 2023 al 9% programmatico nel 2024.

(SANITÀ) – Autorevoli esponenti del Governo hanno più volte sottolineato che “il fondo sanitario è di un importo mai stato così elevato, 136 miliardi”.

In realtà, la nuova dotazione di 3 miliardi per il 2024 – che effettivamente porta il fondo a 136 miliardi (quindi +1,3 miliardi rispetto al 2023) – si limita a rimodulare il taglio della sanità rispetto al PIL: dal -0,4% della NADEF a un -0,2%.

In termini nominali stiamo parlando di una crescita della spesa dello +0,9%, a fronte di un PIL nominale che crescerà del +4,1%.

Oltretutto, lo stanziamento è destinato al rinnovo del CCNL (per ca. 2,4 mld, e qui valgono le stesse considerazioni fatte sopra); all’abbattimento delle “liste di attesa” tramite l’extraorario di medici e infermieri (in una situazione già oggi insostenibile, di totale saturazione dei ritmi di lavoro); e alla sanità privata convenzionata, spingendo – quindi – verso un’ulteriore privatizzazione del nostro sistema sanitario.

Aggiungiamo che non c’è alcun piano straordinario di assunzioni (l’unica, vera soluzione strutturale e definitiva, anche per abbattere le liste di attesa); che viene confermato il tetto di spesa per il personale (spesa 2004, meno l’1,4% salvo deroghe parziali); mentre, l’unico tetto di spesa che viene superato è quello fissato per le strutture private convenzionate: da 280 mln in più nel 2024 a ben 1,12 mld in più nel 2026.

Nella sostanza: veniamo da una lunga stagione di definanziamento (37 miliardi nell’ultimo decennio, non casualmente corrispondenti al livello raggiunto dalla spesa sanitaria privata cui sono costrette le famiglie che se lo possono permettere), e il Governo prosegue sulla stessa strada, che porta al progressivo smantellamento della sanità pubblica e universale.

(LAVORO, SALARI E INFLAZIONE) – Ribadiamo come, nella Legge di Bilancio, non vi sia alcuna risposta alla drammatica emergenza salariale che – a fronte di un’inflazione da profitti, persistente e oltre la media europea in termini cumulati – ha già falcidiato e continua ad erodere il potere d’acquisto di milioni di lavoratori e pensionati, che non sarà certo recuperato con il “trimestre tricolore”, come certificato dagli ultimi dati ISTAT su ottobre.

Negli ultimi tre anni il livello dei prezzi è enormemente cresciuto (circa il 17%), e anche un ritorno al 2% – come perseguito (con strumenti sbagliati) dalla BCE – non ripristinerebbe in alcun modo il potere d’acquisto nel frattempo perso dai salari in questi anni.

Si conferma – per il solo 2024 – la decontribuzione in essere (-7% per i redditi fino a 25.000, e -6% per quelli fino a 35.000).

È certamente una nostra rivendicazione, ma si tratta solo di una nuova proroga temporanea.

In pratica, verrebbero confermate le buste paga che questi redditi stanno già percependo da luglio scorso, ma – proprio per questo, sul piano macroeconomico – gli effetti espansivi anche di questa misura si sono in gran parte esauriti, essendo già in vigore.

E comunque, anche la decontribuzione viene portata avanti dal Governo – esplicitamente – in una logica di contenimento/moderazione salariale – a sostegno quasi più delle imprese che dei lavoratori – come alternativa/freno ai rinnovi contrattuali, per contenere la pressione salariale e per contrastare una inesistente spirale prezzi/salari.

E questo, nonostante lo stesso Governo riconosca – nero su bianco (pag. 40 della NADEF) – come il 60% della fiammata inflattiva, registrata in questi anni nel nostro Paese, sia imputabile a un comportamento opportunistico del sistema delle imprese, che non solo ha sistematicamente scaricato sui prezzi l’aumento degli input e dei costi di produzione, non solo ha contenuto il costo del lavoro non rinnovando la maggior parte dei CCNL, ma – contemporaneamente – ha colto l’occasione anche per incrementare i profitti.

Di fronte a questa situazione, non c’è alternativa: serve aumentare urgentemente i salari delle lavoratrici e dei lavoratori attraverso i rinnovi dei contratti nazionali.

(FISCO) – Il primo modulo della riforma fiscale – con l’accorpamento dei primi due scaglioni – rende il sistema meno progressivo e punta espressamente alla flat tax, con benefici – al di là dell’effetto regressivo – pari a pochissimi euro. Oltretutto – come per la decontribuzione – anche la revisione degli scaglioni è valida per il solo 2024.

Francamente, una “riforma una tantum” – con coperture in deficit e a tempo – di uno dei principali architravi del sistema tributario, è qualcosa che non si era mai visto.

La sostanza è che si ipoteca anche la prossima manovra 2025, perché – tra un anno – si dovrà ripartire dal reperimento di ca. 15 miliardi per confermare queste misure, oppure tagliare – per la stessa cifra – i salari dei lavoratori.

Nella manovra non è prevista alcuna misura fiscale a sostegno del salario contrattuale. Si rinnovano, invece, interventi relativi ai c.d. fringe benefits e alla riduzione al 5% dell’aliquota sul salario di produttività.

Misure, queste, che non hanno carattere universale e che riguardano una platea comunque ridotta di lavoratrici e lavoratori.

Non si agisce sul fisco dei pensionati, che continuano ad avere una tassazione sui redditi molto elevata rispetto alla media degli altri paesi europei.

Non si incrementano le imposte su rendite e patrimoni, si conferma la flat tax sugli autonomi benestanti, non si individua un sistema per l’imposizione sugli extra profitti maturati nelle crisi degli ultimi tre anni.

In merito alla lotta all’evasione, la spinta verso la tracciabilità operata in legge bilancio è fatta solo a metà, nella parte relativa alla precompilazione. Nulla si prevede per le verifiche a posteriori; anzi, questa impostazione, unita all’imminente partenza del concordato preventivo biennale– indirizzato a settori che presentano un tax gap del 70% – rischiano di cristallizzare e, di fatto, legalizzare un’evasione di massa che, ogni anno, sottrae l’equivalente di mezzo PNRR alle politiche sociali e di sviluppo del Paese.

(POLITICHE SOCIALI) – Povertà, disagio sociale, emarginazione e disuguaglianze sono in aumento come non mai, ma la manovra taglia strutturalmente le risorse agli enti locali e non ne stanzia per finanziare strumenti universali di contrasto alla povertà e di sostegno al reddito.

Vengono sottratti 350 milioni alle persone disabili e non si prevedono somme per la non autosufficienza.

Nessun finanziamento nemmeno per i fondi per l'affitto e per la morosità incolpevole.

Le misure di sostegno contro il caro energia – del tutto insufficienti – sono limitate al solo primo trimestre del 2024 e vengono dimezzate rispetto a oggi, proprio mentre si profila la fine del mercato tutelato, spingendo – in piena crisi energetica – milioni di famiglie fragili tra le braccia del c.d. mercato libero.

(PENSIONI) – Il capitolo “previdenza” ha qualcosa di clamoroso. Le forze di maggioranza avevano promesso di “cancellare la legge Monti/Fornero” e invece la confermano e addirittura la peggiorano:

  • neutralizzando, di fatto, le già insufficienti misure di flessibilità in uscita (con i nuovi requisiti più restrittivi, infatti, quota 103 e ape sociale riguarderanno nel complesso nemmeno 10.000 persone, mentre opzione donna, ulteriormente peggiorata con l’incremento di un anno dell’età anagrafica, rimarrà concretamente inutilizzata);
  • tagliando i futuri assegni di molti lavoratori pubblici attraverso una revisione retroattiva delle aliquote di rendimento, che riteniamo incostituzionale;
  • confermando il taglio all’indicizzazione delle pensioni in essere;
  • e, sostanzialmente, stabilendo – dal 2024 – il pieno ritorno dei 67 anni di vecchiaia, dei 42 anni e 10 mesi di anticipata e dei 71 anni per giovani e donne nel sistema contributivo. Dal 2025, inoltre, con la riattivazione dell’adeguamento dell’attesa di vita, anche i 42 anni e 10 mesi rischiano di non essere più sufficienti.

In pratica, il Governo torna a fare cassa con le pensioni, sottraendo 2,7 miliardi complessivi (fonte: DPB) al sistema e penalizzando soprattutto giovani e donne.

(LAVORO) – Il grande assente di questa manovra: non c’è alcuna politica per la creazione di lavoro, a partire dalla Pubblica amministrazione, e si continua con la logica delle decontribuzioni, dei bonus e degli incentivi alle imprese; nulla contro la precarietà, il lavoro povero, il sommerso, anzi il contrario: dal no al salario minimo alla liberalizzazione dei contratti a termine, all’allargamento dei voucher previsti dal c.d. “decreto lavoro”; nessun intervento sul fronte della salute e sicurezza del lavoro.

Senza lavoro stabile, sicuro e di qualità, senza salari più alti, senza irrobustire i servizi pubblici e territoriali (infanzia, asili, consultori, servizi sociali, etc.) e senza strumenti di conciliazione/condivisione, le politiche dei bonus per le famiglie e per le lavoratrici madri servono a ben poco, e di certo non sono in grado di invertire l’inverno demografico che stiamo attraversando da anni.

(POLITICHE INDUSTRIALI E DI SVILUPPO) – Non si intravedono politiche industriali e di investimento in grado di creare lavoro, affrontare le tante crisi aziendali aperte e governare la transizione ambientale, digitale ed energetica.

Si continua, invece, con la delega in bianco al mercato, attraverso incentivi automatici e generalizzati al sistema delle imprese che non incidono sui meccanismi di produttività, sulla dimensione aziendale e sulla distribuzione primaria del reddito.

Vengono tagliati gli investimenti pubblici ordinari, mentre aumentano i ritardi e le incognite sull’attuazione del PNRR.

Vengono rilanciate persino le privatizzazioni (ossia la svendita di quote delle partecipate pubbliche): 22 miliardi nel triennio. C’è solo da sperare che – come accaduto in passato – non vengano effettivamente realizzate.

Il Mezzogiorno non solo viene totalmente abbandonato ma – tra autonomia differenziata, recenti scelte sulle politiche sociali e di coesione, e definanziamenti del PNRR – rischia di pagare il prezzo più salato delle scelte che si vanno assumendo.

Dinanzi alla prospettiva di un rallentamento della crescita, in presenza di una inflazione ancora molto alta per i beni alimentari e quelli energetici, e considerata l’incidenza sull’economia e sulla società meridionali di misure degli ultimi anni non riproposte (dal Superbonus edilizio al Reddito di Cittadinanza), ci appare grave il rischio di un aumento delle diseguaglianze e della povertà. Occorrerebbe una strategia di politica industriale capace di cambiare il modello di specializzazione produttiva nel segno della sostenibilità, prospettiva tanto obbligata quanto possibile. Purtroppo, in questa Legge di Bilancio e negli altri provvedimenti del Governo non ce n’è traccia, anche valutando la scelta compiuta della c.d. “ZES unica” che affida esclusivamente alle dinamiche del mercato la definizione delle strategie di sviluppo da perseguire.