Nel 2026 la vittoria del No al referendum sulla riforma Nordio diventa, per la Cgil, una pagina di difesa costituzionale e partecipazione democratica. Il voto del 22 e 23 marzo respinge la modifica dell’ordinamento della magistratura e ferma una riforma che, secondo il sindacato, avrebbe alterato l’equilibrio tra i poteri dello Stato, indebolendo autonomia e indipendenza della giurisdizione. Il No prevale con il 53,7%, mentre l’affluenza sfiora il 59%: è il segno di un Paese che torna alle urne su una questione decisiva e sceglie di non consegnare la giustizia al controllo della politica.
La campagna della Cgil nasce da questa lettura. La riforma Nordio non riguarda soltanto la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, ma il rischio di ridurre il ruolo del Consiglio superiore della magistratura e di costruire un assetto meno capace di garantire uguaglianza davanti alla legge. Per la Confederazione, l’autonomia della magistratura non è un privilegio di una categoria, ma una garanzia per tutti, a partire da chi ha meno potere.
Nei mesi precedenti il voto la Cgil si mobilita per rendere il referendum un’occasione di discussione diffusa sul rapporto tra Costituzione, diritti e democrazia. La campagna non resta confinata al linguaggio giuridico. Parla di lavoro, legalità, sfruttamento, caporalato, corruzione, sicurezza. Senza una giustizia autonoma e credibile, anche i diritti sociali diventano più fragili.
La notte della vittoria, da Roma a Palermo, da Genova a Napoli, da Firenze a Modena, il fronte del No scende in piazza. A Napoli il risultato arriva al 75,5%, il dato più alto d’Italia. In molte regioni del Mezzogiorno il voto assume un significato ulteriore: difendere la Costituzione vuol dire anche difendere la possibilità di riscatto in territori segnati da disuguaglianze, corruzione, mafia e carenze strutturali.
Il voto parla anche alle giovani generazioni. In diversi territori la partecipazione dei ragazzi e delle ragazze viene indicata come uno degli elementi più importanti della campagna. Non è un dettaglio: dopo anni di astensione e sfiducia, l’esito del referendum ha dimostrato che i giovani hanno ancora a cuore la Costituzione e sono pronti a scendere in campo per difenderla. Il No alla riforma Nordio non chiude una battaglia, ma conferma un orientamento: difendere l’equilibrio dei poteri, la partecipazione e la legalità significa difendere anche la dignità di chi lavora. Perché dove la giustizia è meno indipendente, i diritti diventano più esposti; e dove la Costituzione viene preservata, resta aperto lo spazio per cambiare in meglio la vita delle persone.





