Con l’arrivo del Covid-19, difendere il lavoro significa prima di tutto difendere la vita di chi lavora. La pandemia costringe il sindacato a misurarsi con un rischio nuovo, capace di trasformare in poche settimane fabbriche, uffici, servizi, scuole, ospedali e spazi pubblici in luoghi potenzialmente pericolosi.

Dalla fine di febbraio 2020, con i primi focolai e le zone rosse nel Nord Italia, il Paese entra in una sequenza di decreti, chiusure, sospensioni e ripartenze. Quali attività devono restare aperte, e a quali condizioni? Nei confronti con il governo, la Cgil e gli altri sindacati chiedono di ridurre l’elenco dei settori considerati essenziali, di limitare le deroghe affidate alle prefetture e di coinvolgere le strutture sindacali territoriali nelle decisioni sulle imprese funzionali alle filiere indispensabili. La tutela della salute non può dipendere dalla sola autocertificazione aziendale.

Il passaggio decisivo arriva con i Protocolli interconfederali del 14 marzo e del 24 aprile 2020, poi assunti come riferimento quasi normativo. Da lì nasce una fitta contrattazione nei luoghi di lavoro, nei territori e nei settori. Anche nel periodo più duro, tra febbraio e settembre, non conosce un lockdown totale: cambia forma, priorità e linguaggio. In quei mesi il sindacato agisce dentro condizioni difficili: assemblee limitate, incontri a distanza, mobilitazioni condizionate dalle restrizioni, relazioni industriali spostate su terreni instabili. Al centro c’è la sicurezza. Gestire distanziamenti, ingressi scaglionati, turni, sanificazioni, dispositivi di protezione, limitazione degli spostamenti interni e gestione degli spazi comuni che ridisegnano il lavoro quotidiano. I Comitati per l’applicazione e la verifica dei protocolli diventano uno snodo essenziale: luoghi di controllo, ma anche di partecipazione, dove delegati e rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza trasformano indicazioni generali in misure salvavita.

La pandemia cambia anche tempo e spazio del lavoro. Lo smart working, introdotto spesso in emergenza e con procedure semplificate, esplode in pochi mesi e interroga la Cgil su come evitare che il lavoro agile diventi isolamento, disponibilità continua o arretramento dei diritti. La contrattazione prova a governarlo, affiancando una dimensione collettiva a uno strumento nato come individuale. L’obiettivo è tenere insieme due principi che qualcuno avrebbe voluto contrapporre: continuità produttiva e salute, diritto al lavoro e diritto a non ammalarsi.