Novembre 1989. Il Muro di Berlino cade e con lui si sgretola l’ordine nato dalla divisione del mondo in blocchi contrapposti. Per la Cgil, già provata dalla sconfitta nel referendum sulla scala mobile, dalla riduzione della conflittualità e dalla perdita di rappresentatività delle confederazioni, quel passaggio rende ancora più urgente una domanda antica: quale autonomia deve avere il sindacato davanti alla politica, ai governi e ai grandi processi economici?
Pochi anni prima Antonio Pizzinato aveva lasciato la guida della Confederazione a Bruno Trentin, già segretario generale della Fiom nell’autunno caldo. Con lui si apre una fase di autoriforma, scompaiono le componenti storiche legate ai partiti e il dibattito interno si riorganizza attorno ad aree programmatiche. Si tratta di un tentativo di costruire un sindacato capace di decidere sulla base del proprio progetto, non delle appartenenze politiche.
Il tema dell’autonomia, però, attraversava la Cgil da decenni. Anche nel cammino dell’integrazione europea il sindacato aveva dovuto misurarsi con posizioni diverse. Di fronte alla Ceca, nata nel 1951, la Confederazione aveva inizialmente seguito la linea della Federazione sindacale mondiale, che vedeva nella Comunità del carbone e dell’acciaio uno strumento dei monopoli e della Guerra fredda. Ma con i Trattati di Roma del 1957 l’analisi cambia.
La nascita del Mercato comune europeo viene guardata con prudenza, ma anche con realismo. La Cgil non ignora i rischi di un’integrazione guidata dagli interessi delle imprese e inserita negli equilibri politici e militari del tempo. Tuttavia riconosce che l’allargamento dei mercati, il coordinamento delle risorse e lo sviluppo delle aree arretrate possono aprire spazi per migliorare le condizioni dei lavoratori.
Nel luglio 1957 la Confederazione sostiene che ogni iniziativa orientata alla pace e capace di affrontare i problemi economici e sociali dell’integrazione vada appoggiata. Giuseppe Di Vittorio e Fernando Santi porteranno questa posizione anche nel confronto con la Fsm: il Mercato comune non va né accettato senza condizioni né liquidato come una macchina da distruggere. Va trasformato in terreno di iniziativa sindacale europea. E’ l’inizio di una lunga strada che porterà all’ingresso della Cgil nella Ces nel 1974.
Dopo il 1989, con la crisi dei partiti storici, Tangentopoli, la fine della Dc, del Psi e la trasformazione del Pci, questa lezione torna centrale. Per rappresentare il lavoro, la Cgil deve restare indipendente dai partiti e dalle imprese, ma pienamente dentro il conflitto sociale. Solo così può parlare d’Europa, di diritti e di democrazia senza rinunciare alla propria ragione d’essere.





