È il 1987 quando l’Italia viene scossa da una delle più gravi tragedie del lavoro del dopoguerra. Nel porto di Ravenna, tredici operai della Mecnavi muoiono asfissiati nella stiva della nave gasiera Elisabetta Montanari. Molti lavoravano in nero, alcuni erano al primo giorno di lavoro, quasi tutti erano impiegati in condizioni di estrema precarietà.

La strage si colloca al culmine di una nuova sensibilità rispetto a salute e sicurezza, costruita in oltre un decennio di lotte. Per comprenderla bisogna tornare agli anni Settanta, tra il 1969 e il 1973, quando prese forma una delle più importanti esperienze del sindacalismo italiano. A guidarla fu soprattutto la Federazione lavoratori metalmeccanici, la Flm, nata dall’unità di Fiom, Fim e Uilm. Nelle fabbriche la battaglia per la salute divenne parte integrante della contrattazione. Fu la stessa stagione che portò alle grandi conquiste del contratto dei metalmeccanici del 1969: aumenti di stipendio uguali per tutti, superando il sistema delle gabbie salariali e ottenendo la riduzione dell’orario a 40 ore settimanali e l’affermazione di nuovi diritti dentro e fuori la fabbrica. Nacquero i Consigli di fabbrica, che sostituirono le vecchie Commissioni interne e consentirono ai lavoratori di eleggere direttamente i propri delegati di reparto. Si affermarono inoltre il diritto allo studio, con le 150 ore retribuite per la formazione, e le prime tutele contrattuali dedicate alla salute e all’integrità psicofisica delle lavoratrici e dei lavoratori.

Attorno alla Flm si sviluppò il cosiddetto “movimento per l’ambiente”. Il lavoro svolto dal consiglio di fabbrica della Montedison di Castellanza e dalla figura di Giulio Maccacaro sono da questo punto di vista pioneristici: si afferma cioè un metodo innovativo, detto il “modello operaio”, fondato sulla partecipazione diretta dei lavoratori e che vede delegati, medici del lavoro e tecnici diventare protagonisti dell’individuazione dei rischi, della mappatura delle nocività, della definizione delle soluzioni da rivendicare. Non si chiedevano salari più alti per lavori pericolosi, ma di eliminare le cause del rischio, in linea con lo slogan “La salute non si vende”. Da un approccio compensativo e risarcitorio, si passa a un approccio centrato sulla prevenzione e sulla tutela del lavoratore e della sua integrità psico-fisica.

Quella stagione segnò profondamente la cultura sindacale italiana. Eppure le tragedie successive dimostrarono che nessuna conquista è irreversibile. La strage della Mecnavi del 1987 ricordò al Paese che precarietà, appalti incontrollati e indebolimento delle tutele possono riportare il lavoro a condizioni che il movimento sindacale aveva già combattuto negli anni Settanta.