E’ il 10 giugno 1985 quando dopo due giorni di votazioni si contano i voti sul referendum contro il taglio della scala mobile. Sono quasi 35 milioni coloro che si sono recati alle urne, pari al 77,85% degli aventi diritto. L’Italia si divide, il referendum promosso dal Partito comunista e dalla Cgil non passa, i sì si fermano al 45,68%. E’ uno dei passaggi più drammatici e decisivi nella storia del movimento sindacale italiano del secondo dopoguerra.
Le origini dello scontro risalgono al decreto di San Valentino del 14 febbraio 1984, con cui il governo guidato da Bettino Craxi interviene sulla scala mobile, tagliando quattro punti di contingenza. La scala mobile era il meccanismo che adeguava automaticamente i salari all’inflazione e rappresentava, per milioni di lavoratori, una delle principali conquiste sindacali del dopoguerra.
Luciano Lama e gran parte del gruppo dirigente confederale considerano il taglio della scala mobile un atto grave, sia nel merito sia nel metodo: il governo interviene unilateralmente su una materia tradizionalmente affidata alla contrattazione tra le parti sociali. La divisione non attraversa soltanto il rapporto tra le confederazioni, ma investe profondamente la stessa Cgil.
All’interno del sindacato socialcomunista convivono infatti sensibilità diverse. Una parte del gruppo dirigente, pur critica verso il decreto, è consapevole della necessità di affrontare il problema dell’inflazione e di ripensare alcuni meccanismi salariali costruiti negli anni Settanta. Un’altra componente ritiene invece che qualsiasi riduzione della scala mobile rappresenti una resa politica e sociale, destinata a indebolire il potere contrattuale dei lavoratori.
Anche nei luoghi di lavoro il confronto è acceso. Nelle fabbriche, negli uffici e nelle assemblee sindacali si discute non soltanto di salario, ma del futuro stesso del sindacato. Le conseguenze della vittoria del No sono profonde. Innanzitutto si consolida la rottura dell’unità sindacale. La stagione della Federazione Cgil-Cisl-Uil, costruita negli anni delle grandi lotte operaie, viene definitivamente indebolita. La sconfitta referendaria segna anche un cambiamento culturale nel rapporto tra sindacato e società. Gli anni Ottanta vedono affermarsi un clima politico diverso rispetto al decennio precedente: maggiore attenzione alla competitività delle imprese, alla riduzione dell’inflazione e alla compatibilità economica delle rivendicazioni sociali.
Per la Cgil fu l’inizio di una riflessione profonda sulla propria identità e sulle proprie strategie. Negli anni successivi si sarebbe così aperta la stagione della concertazione, culminata nei grandi accordi dei primi anni Novanta.





